I trattati di pace

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Premessa

Il 26 aprile del 1915, dopo contatti segretissimi con l’Intesa, Antonio Salandra e Sidney Sonnino, rispettivamente Primo Ministro e ministro degli Esteri del Governo italiano, con il solo avallo del Re Vittorio Emanuele III, avevano firmato il cosiddetto Patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia. In virtù di tale patto, l’Italia si preparava ad entrare in guerra a fianco di tali Paesi, con l’obbiettivo, in caso di vittoria, di ottenere i seguenti nuovi territori su cui espandere la propria sovranità: il Trentino e il Sud Tirolo fino al confine “naturale” del Brennero, la Venezia-Giulia, l’intera penisola istriana – con l’esclusione della città di Fiume – e una parte della Dalmazia con numerose isole adriatiche.

Nel gennaio del 1918, d’altra parte, Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti (entrati in guerra a fianco dei Paesi dell’Intesa il 6 aprile del 1917) aveva stilato in quattordici punti un programma di pace teso a realizzare, quando il conflitto fosse finito, le linee ispiratrici della sua politica estera.

Tra le tante proposte ed indicazioni contenute in tale programma, una in particolare va sottolineata per l’importanza che rivestì nei nuovi assetti territoriali europei: la possibilità di “sviluppo autonomo” per i popoli soggetti all’Impero austro-ungarico e a quello turco, con la previsione della rettifica dei confini italiani secondo le linee indicate dalle nazionalità. Secondo il programma indicato da Wilson nei suoi “quattordici punti”, quindi, le nuove frontiere avrebbero dovuto tenere conto del principio di nazionalità e della volontà liberamente espressa dalle popolazioni interessate. A tal fine egli suggeriva l’istituzione di un organismo internazionale, la Società delle Nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza tra i popoli.

L’applicazione del principio di nazionalità, in sede di trattati di pace, tuttavia, si rivelerà assai problematica sia a causa dell’intreccio di nazionalità presente nei singoli territori contesi, sia a causa della necessità di punire gli sconfitti – giudicati dai Paesi dell’Intesa i veri responsabili della guerra – garantendo ai vincitori dei confini sicuri e l’auspicato premio per l’esito finale del conflitto.

I TRATTATI DI PACE

  1. Il Trattato di Versailles

“Questa non è una pace, è un armistizio per vent’anni” Così si pronunciò nel 1920 – con frase profetica – Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando degli alleati nella prima guerra mondiale, commentando gli esiti assai controversi del trattato.

Il trattato di Versailles, anche detto patto di Versailles, è uno dei trattati di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale. I lavori della Conferenza di pace di Parigi si aprirono il 18 Gennaio del 1919 nella reggia di Versailles e si protrassero per oltre un anno e mezzo. Erano presenti i delegati di trentadue tra nazioni e gruppi nazionali che chiedevano l’indipendenza dei loro paesi, ma i veri protagonisti dei negoziati per la stesura dei trattati di pace furono i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti. Le potenze sconfitte non vennero ammesse ai lavori. Il 28 giugno 1919, nella Galleria degli Specchi del Palazzo fu firmata la pace da 44 Stati. Il Patto è suddiviso in 16 parti e composto da 440 articoli.

versailles

Da sinistra, il primo ministro del Regno Unito Lloyd George, il presidente del Consiglio italiano Orlando, il presidente del Consiglio francese Clemenceau e il presidente degli Stati Uniti d’America Wilson.

Figure centrali del Trattato furono i cosiddetti “quattro grandi”: il primo ministro britannico David Lloyd George, il presidente del consiglio francese Georges Clemenceau, il presidente statunitense Woodow Wilson e il Presidente del consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando (quest’ultimo, in verità, con un ruolo marginale). Al trattato di Versailles fu difficile stabilire una linea comune; il risultato venne definito un compromesso che non piacque a nessuno.

Le difficoltà a trovare un accordo soddisfacente tra i principali attori del trattato risiedeva nella necessità di ridisegnare la carta politica dell’Europa, sconvolta dalla dissoluzione di ben quattro grandi imperi – tedesco, austro-ungarico, russo e turco. Bisognava ricostruire un equilibrio europeo, ma era altresì necessario tenere conto di quei principi di democrazia e di giustizia internazionale cui i governi dell’Intesa si erano richiamati esplicitamente nell’ultima fase della guerra (cfr. i 14 punti di W. Wilson). A complicare ulteriormente le possibilità di accordo, si aggiungevano le pressioni che ai governanti dei Paesi vincitori provenivano dall’opinione pubblica infiammata dal nazionalismo divenuto fenomeno di massa.

Il contrasto tra l’ideale di una pace democratica e l’obiettivo di una pace punitiva risultò evidente soprattutto quando furono discusse le condizioni da imporre alla Germania. Il trattato di pace costituì per questo Paese un vero e proprio diktat, come fu definito con espressione tedesca; oltre alla restituzione dell’Alsazia e della Lorena alla Francia, la Germania perdeva – a favore della ricostituita Polonia – alcune regioni orientali abitate solo in parte da popolazioni di lingua tedesca: l’Alta Slesia, la Posnania, più una striscia della Pomerania che permetteva alla Polonia un accesso al mar Baltico, interrompendo la continuità territoriale tedesca tra la Prussia occidentale e la Prussia orientale. La città di Danzica, con il delta della Vistola sul mar Baltico, diveniva “città libera” pur essendo abitata in prevalenza da tedeschi. Ancora, lo Schleswig settentrionale veniva ceduto alla Danimarca e la Germania perdeva tutte le sue colonie a favore della Francia, della Gran Bretagna e del Giappone.

Le clausole più pesanti, addirittura umilianti per i tedeschi, non furono, tuttavia, quelle territoriali, ma quelle economiche e militari:  la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori, a titolo di riparazione, i danni subiti in conseguenza del conflitto. Tale cifra fu stabilita in via definitiva da una commissione all’uopo costituita che nel 1921 determinò, nell’astronomico ammontare di 132 miliardi di marchi, la somma dovuta; dovette, inoltre, abolire il servizio di leva, rinunciare alla marina di guerra, ridurre la consistenza del proprio esercito entro il limite di 100.000 uomini e lasciare “smilitarizzata” l’intera valle del Reno.

Le suddette condizioni erano tali da ferire l’orgoglio nazionale tedesco, oltre che i suoi interessi economici. Molti storici, ma anche il grande economista J.M. Keynes, che partecipò alla conferenza di pace come esperto economico per il governo inglese, hanno giudicato un errore politico ed economico tali sanzioni previste dal trattato e hanno individuato in esse una delle cause della nascita del movimento nazional-socialista di Hitler e della fine della democratica Repubblica di Weimar sorta dalle ceneri dell’Impero tedesco.

2. Il trattato di Saint-Germaine-en-Laye

Un altro problema che le potenze vincitrici dovettero affrontare fu quello rappresentato dalla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e dal riconoscimento delle realtà nazionali  che da esso emersero.

Fu il trattato di Saint-Germain-en-Laye del settembre 1919 a stabilire che l’Impero austro-ungarico, venisse sostituito a novembre dalla Repubblica dell’Austria tedesca, lo stesso mese in cui la Repubblica di Weimar prendeva ufficialmente il posto dell’Impero tedesco. L’Austria perse gran parte dei suoi territori e rimase circoscritta al solo territorio abitato da popolazioni di lingua tedesca, che nel complesso occupavano circa un quarto del vecchio impero. Il Trentino-Alto Adige andò all’Italia (così come Gorizia, Trieste, l’Istria, alcune isole della Dalmazia e Zara con il successivo Trattato di Rapallo); la Boemia, la Moravia e la Slovacchia vennero fuse a formare la Cecoslovacchia, la Bucovina passò alla Romania, parte della Carinzia fu divisa fra l’Austria e il nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni attraverso un plebiscito, e anche il Burgenland fu spartito con l’Ungheria,divenuta indipendente, sempre in seguito ad un plebiscito. L’esercito venne ridotto a 30.000 soldati ed un articolo del trattato, rafforzato da un altro articolo del trattato di Versailles che esplicitava la stessa cosa, vietava l’annessione alla Germania (Anschluss).

balcanici

 

3. Il trattato di Neuilly e il trattato di Trianon

Il trattato di Neuilly (27 novembre del 1919) e il trattato di Trianon (4 giugno 1920) riguardarono la spartizione di territori bulgari ed ungheresi (Stati che avevano combattuto a fianco degli Imperi centrali) a vantaggio del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, della Romania e del Regno di Grecia.

europa dopo WWI

4. Il trattato di Sèvres

Uno dei trattati più complessi e severi fu quello di Sèvres firmato il 10 agosto 1920. Con esso l’Impero ottomano perdeva tutti i territori esterni all’Anatolia settentrionale e alla zona di Istanbul: Siria, Palestina, Transgiordania e Iraq vennero affidati a Francia e Gran Bretagna che ne fecero dei “mandati”; Smirne passava per cinque anni sotto l’amministrazione provvisoria della Grecia (in attesa di un plebiscito). La Grecia acquistò anche la Tracia e quasi tutte le Isole egee; l’Armenia diventò indipendente e il Kurdistan ottenne un’ampia autonomia; i Dardanelli rimanevano sotto l’autorità nominale del sultano Mehmet VI, ma la navigazione venne posta sotto il controllo di una commissione internazionale che garantiva la libertà di navigazione.

5. Il trattato di Rapallo

Breve ricostruzione degli avvenimenti che portarono al Trattato di Rapallo.

Non solo gli sconfitti rimasero delusi dalle conclusioni della Conferenza: anche alcuni dei paesi vincitori videro negarsi possedimenti territoriali e respingere alcune clausole dei patti sottoscritti con gli Alleati al momento di entrare in guerra al loro fianco. Tra questi Paesi ci fu l’Italia, i cui rappresentanti entrarono in forte contrasto con Wilson e le altre potenze Alleate che non gli consentirono di applicare in toto quanto il patto di Londra prevedeva.

Come già evidenziato, allo scoppio della Prima guerra mondiale, il Ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino aveva negoziato il Patto di Londra, ritenendo che la guerra sarebbe stata breve e l’impero asburgico sarebbe sopravvissuto. Aveva quindi condizionato l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco dei Paesi dell’Intesa non solo al raggiungimento dei confini nazionali, ma anche al conseguimento di territori abitati da altre etnie, come, ad esempio, l’entroterra di Zara. In tale ottica, il Regno di Serbia così come le altre nazionalità slave dell’Impero erano viste non come alleati, ma come dei potenziali contendenti.

La sostanziale inapplicabilità del Patto di Londra si manifestò, però, già in piena guerra, allorché, il 20 luglio 1917, sull’isola di Corfù, venne siglata la così detta Dichiarazione di Corfù da parte di politici esuli dell’Impero austro-ungarico che rappresentavano le etnie slovena, serba e croata ed i rappresentanti del Regno di Serbia,  sostenuti politicamente da Gran Bretagna e Francia, in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli. L’accordo rese imprescindibile la creazione di un Regno dei Serbi, Croati e Sloveni sulle ceneri dell’Impero austro-ungarico

Finita la guerra con la sconfitta degli Imperi centrali, dopo la firma dell’armistizio a Padova, il 3 novembre 1918, le truppe italiane occuparono Rovigno, Zara e Fiume (autoproclamatasi italiana), Pola e Sebenico, cercando di spingersi addirittura fino a Lubiana, ma venendo fermate nei pressi di Postumia dai serbi.

Alla Conferenza per la pace, i rappresentanti italiani chiesero l’applicazione integrale del Patto di Londra, e, in aggiunta, l’annessione della città di Fiume. Tali richieste si rivelarono però in controtendenza con i principi della Conferenza, in particolare con le idee sostenute dal Presidente americano Wilson, che, peraltro, non aveva sottoscritto il Patto di Londra. Wilson, per  assicurare una pace equa tra le nazioni, riteneva necessaria l’applicazione dei principi da lui stilati nei 14 punti del suo documento del 18 gennaio 1918: all’articolo 9 auspicava la “rettifica delle frontiere italiane secondo linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità”; al punto 11, “un libero e sicuro accesso al mare alla Serbia”, e delle “garanzie internazionali dell’indipendenza politica ed economica e dell’integrità territoriale degli stati balcanici”.

Alla Conferenza per la pace di Parigi, la questione dei territori che sarebbero spettati agli italiani fu dibattuta a partire dal mese di febbraio, ma il ministro italiano Orlando si ritrovò di fronte l’ostilità degli jugoslavi, che miravano a ottenere, oltre alla Dalmazia, anche Gorizia, Trieste e l’Istria. Il netto rifiuto degli italiani provocò disordini a Lubiana, Spalato e Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik) , ai quali Orlando rispose rivendicando con fermezza Fiume.

Fu proprio sulla questione legata alla città portuale che l’Italia aveva trovato la grande ostilità di Wilson, il quale, il 19 aprile 1919, avanzò la proposta di creare uno stato libero di Fiume, spiegando che la città istriana doveva essere un porto utile per tutta l’Europa balcanica e che le rivendicazioni dell’Italia nei territori a est del Mare Adriatico andavano contro i quattordici punti, tanto da essere additate come “imperialiste“. Fece pubblicare, sui giornali francesi, un suo articolo che ribadiva questi concetti.

Nello stesso giorno, il primo ministro italiano lasciò polemicamente Parigi: al suo rientro in Italia, le piazze lo accolsero con grande calore, ma nelle più grandi città italiane si verificarono disordini presso le ambasciate britanniche, francesi e statunitensi.

Orlando fece ritorno a Parigi il 7 maggio 1919, ma al suo arrivo nella capitale francese, il politico italiano trovò un clima decisamente ostile nei suoi confronti, tanto che si rese conto dell’impossibilità di proseguire sulla propria linea e rassegnò le dimissioni. Il nuovo governo fu presieduto da Francesco Saverio Nitti, nuovo ministro degli esteri fu Tommaso Tittoni.

Il 10 settembre 1919, Nitti sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci (quindi il confine del Brennero), ma non quelli orientali. Le potenze alleate, infatti, avevano autorizzato l’Italia e il neo-costituito regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia) a definire congiuntamente i propri confini. Immediatamente (12 settembre 1919), una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta Gabriele d’Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendo l’annessione all’Italia. Tra il popolo era dunque cresciuta la delusione per la “vittoria mutilata” e la sfiducia verso le istituzioni era largamente aumentata, soprattutto dopo la firma del trattato di pace con la sola Austria.

Tra alterne vicende, la questione adriatica di definizione dei confini orientali si protrasse fino al novembre del 1920. Il nuovo ministro degli esteri italiano Carlo Sforza, uomo esperto di politica estera e personalmente in contatto con i politici serbi sin dal periodo bellico, per ottenere l’auspicata normalizzazione dei rapporti italo-yugoslavi, aveva, frattanto, ritirato le truppe italiane d’occupazione in Albania e promesso la rinuncia italiana all’annessione della città di Fiume. Pur facendo tali concessioni a testimonianza della volontà italiana di risolvere il problema adriatico e riprendere le trattative, Carlo Sforza precisò agli interlocutori di considerare essenziale che il confine tra i due Regni fosse fissato sulle Alpi Giulie e fosse coincidente con quello naturale;  considerava, altresì, essenziale l’integrazione in favore dell’Italia di alcune isole adriatiche, quali Cherso e Lussino, più altre da definire. Fece sapere, infine, di essere disposto ad affrontare qualsiasi passeggera impopolarità nel suo paese, pur di difendere gli interessi permanenti dell’Italia e della pace tra i due Regni.

villa spinola

Villa del Trattato (Villa Spinola)

Il negoziato fu fissato a partire dal 7 novembre successivo, nella Villa Spinola (oggi conosciuta anche come Villa del trattato), presso Rapallo. Sforza era accompagnato dal Ministro della guerra Ivanoe Bonomi; solo a trattative ultimate, per la firma dell’accordo, fu raggiunto dal Primo ministro Giolitti. La delegazione yugoslava era composta dal Primo ministro Vesnic, dal ministro degli esteri Trumbic e dal Ministro delle finanze Kosta Stojanovic. Sin dalla prima riunione, apertasi l’8 novembre alle ore 9.30, Sforza pose sul tavolo le sue condizioni: la fissazione della frontiera terrestre allo spartiacque alpino da Tarvisio al Golfo del Quarnaro, compreso il Monte Nevoso; la costituzione del territorio di Fiume in Stato libero indipendente, collegato all’Italia da una striscia costiera, l’assegnazione all’Italia della città di Zara e delle isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa. Dopo ulteriori tentativi da parte dei rappresentanti “Yugoslavi” di ottenere il riconoscimento delle proprie richieste, superate le ultime riserve da ambo le parti, Ante Trumbic comunicò a Sforza di accettare le frontiere proposte dal Governo italiano. L’accordo venne sottoscritto il 12 novembre 1920.

italia dopo WWI

 

In base al trattato di Rapallo 356.000 sudditi dell’Impero austro-ungarico di lingua italiana ottennero finalmente la cittadinanza italiana, mentre circa 15.000 di essi divennero sudditi del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Contemporaneamente però si ritrovarono entro i confini del Regno d’Italia anche 490.000 Croati e Sloveni.

Il Trattato di Rapallo rappresentò la conclusione del processo risorgimentale di unificazione italiana, con il raggiungimento completo del confine alpino e l’annessione di Gorizia e Trieste. La rinuncia italiana ai territori dalmati, etnicamente slavi, non compromise il controllo italiano sul Mare Adriatico, garantito dal possesso di Pola e di Zara, delle isole di Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa e dell’isola di Saseno. Infine, la città di Fiume, costituita in Stato indipendente, acquisiva uno status internazionale simile a un Principato di Monaco italofono sul Mare Adriatico.

Il ministro Sforza, ancora agli esordi della carriera politica, nonostante i tentativi, ebbe difficoltà a spiegare nelle piazze la bontà del Trattato, e a confutare il concetto della “vittoria mutilata” introdotto da D’Annunzio. Lo stessa maggioranza parlamentare accettò il Trattato di Rapallo come una dura necessità, e non secondo l’interpretazione di Sforza, come presupposto per una politica italiana di pace e di sviluppo oltre Adriatico.

Domande di verifica della comprensione del testo

  1. Tra chi fu concluso e quale fu il contenuto del Patto di Londra?
  2. Quali erano le indicazioni principali dei 14 punti del programma W.Wilson?
  3. Perché si rivelò estremamente difficile realizzare gli obiettivi del programma di pace di Wilson?
  4. Quando prese avvio e quanto durò la Conferenza di Pace di Parigi? Chi erano i cosiddetti “quattro grandi”?
  5. Quali furono i trattati che decisero le condizioni della pace in Europa e nel mondo?
  6. I Paesi sconfitti poterono partecipare alla Conferenza di pace? Perché?
  7. Quali furono le misure adottate nei confronti della Germania, dell’Austria e dell’Impero Ottomano? Rispettivamente, con quali trattati?
  8. Quali trattati riguardarono l’Italia? Quali conquiste territoriali conseguì e a detrimento di quali Paesi?
  9. In cosa consistette la “questione adriatica”? Perché in Italia, a riguardo, si parlò di “vittoria mutilata”?
  10. Perché gli storici hanno affermato che il  Trattato di Rapallo fu l’atto conclusivo del Risorgimento italiano? Chi firmò il Trattato?
  11. Quali altri Paesi oltre l’Italia videro aumentare il proprio territorio in seguito ai trattati di pace?
  12. Sorsero nuovi Stati grazie ai trattati di pace?
  13. Costruisci uno schema riassuntivo sui trattati di pace della prima guerra mondiale, evidenziando quali Stati furono coinvolti nei singoli patti e quali furono gli esiti degli stessi.

trattato di_Rapallo

Il trattato di Rapallo

“Il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, desiderando stabilire tra loro un regime di sincera amicizia e cordiali rapporti, per il bene comune dei due popoli ;
Il Regno d’Italia riconoscendo nella costituzione dello Stato vicino il raggiungimento di uno dei più alti fini della guerra da esso sostenuta ;
Sua Maestà il Re d’Italia ha nominato suoi Plenipotenziari:
Il cavaliere Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell’interno ;
il conte Carlo Sforza, ministro degli affari esteri ;
il prof. Ivanoe Bonomi, ministro della guerra ;
Sua Maestà il Re dei Serbi, Croati e Sloveni ha nominato suoi Plenipotenziari
il signor Milenko R. Vesnitch, presidente del Consiglio dei ministri ;
il dott. Ante Trumbic, ministro degli affari esteri;
il signor Costa Stojanovitch, ministro delle finanze ;
I quali essendosi scambiati i loro pieni poteri, che sono stati riconosciuti validi, hanno convenuto quanto segue:

ARTICOLO I.

Fra il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni è stabilito il seguente confine dal monte Pec (quota 1511), comune alle tre frontiere fra l’Italia, l’Austria e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, fino al monte Jalowez (quota 2643) : una linea da determinare sul terreno con andamento generale nord-sud, che passi per la quota 2272 (Ponca) ; dopo il monte Jalovez (quota 2643) : una linea che segua lo spartiacque fra il bacino dell’Isonzo e quello della Sava di Vurzen fino al monte Tricorno (Triglav) (quota 2863); quindi lo spartiacque fra il bacino dell’Isonzo e quello della Sava di Wochein (Bokinj), fino alle pendici nord-orientali del monte Mosick (quota 1602), toccando le quote 2348 del Vogel, 2003 del Lavsevica, 2086 del Kuk ; dalle pendici nord-orientali del monte Mosic alle pendici orientali del monte Porzen (quota 1631): una linea da determinare sul terreno, con andamento generale nord-sud ; dalle pendici orientali del monte Porzen (quota 1631) alle pendici occidentali del monte Blegos (quota 1562) : una linea da determinare sul terreno, con andamento generale ovest-est, lasciando l’abitato di Dautscha al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e quello di Novake Dl. all’Italia; dalle pendici occidentali del monte Blegos (quota 1562) alle pendici orientali del monte Bevk (quota 1050): una linea da determinare sul terreno, con andamento generale nord-est sud-ovest, lasciando gli abitati di Leskovza, Kopacnica e Zavoden al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e i due passi di Podlaniscam all’Italia; dalle pendici orientali del monte Bevk (quota 1050) sino immediatamente ad ovest dell’abitato di Hotedrazica : una linea da determinare sul terreno, che lasci gli abitati di Javorjudol, Zirj, Opale, Hlevische, Rovte, Hotedrazica al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, il monte Prapretni (quota 1006) e gli abitati di Bresnik, Wrednik, Zavratec, Nedwedjeberdo all’Italia; quindi fino all’abitato di Zelse : una linea che dapprima costeggi ad ovest il fosso adiacente alla strada rotabile HotedrazicaPlanina, lasci quindi gli abitati di Planina, Unec, Zelse e Rakek al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni; dall’abitato di Zelse a Cabranska: una linea da determinare sul terreno, con andamento generale nord-ovest sud-est, che si svolga dapprima sulle falde orientali del monte Pomario (Javornik) (quota 1268), lasciando gli abitati di Dolenje Vas, Dolenje Jezero e Otok – al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e le alture di quote 875, 985, 963 all’Italia, quindi sulle falde orientali del Bicka Gora (quota 1236) e del Pleca Gora (quota 1067), attribuendo all’Italia l’abitato di Leskova Polina e i bivii stradali di quota 912 ad ovest di Skodnik e di quota 1146 ad est del Cifri (quota 1399), e raggiunga Cabranska, che rimarrà nel territorio italiano, insieme alla strada rotabile svolgentesi sulle falde orientali del monte Nevoso da Leskova Dolina a Cabranska ; da Cabranska al Griza (quota 502): una linea da determinare sul terreno, con andamento generale nord-est sud ovest, che passi ad oriente del monte Terstenico (Terstenik) (quota 1243), tocchi la quota 817 a sud-est di Suhova, passi a sud di Zidovje (quota 660), quindi ad est di Griza (quota 502), lasciando gli abitati di Clana e di Bresa all’Italia, e quello di Studenta al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni; da Griza (quota 502) al confine con lo Stato di Fiume : una linea da determinare sul terreno, che abbia andamento generale nordsud fino a raggiungere la rotabile Rupa-Castua circa a metà distanza fra Jussici e Spincici; tagli poscia detta strada e circondando ad occidente gli abitati di Miseri e Trinaistici, che restano al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, raggiunga la rotabile Mattuglie-Castua a monte del bivio ad oriente di Mattuglie, raggiunga quindi sulla strada Fiume-Castua il confine nord dello Stato libero di Fiume, e precisamente al margine settentrionale dell’abitato di Rubesi (bivio della carrareccia di Tomatici, 500 metri circa a sud dei trivio ad ovest di Castua).

Fino a quando però non saranno sistemati in territorio italiano i regolari raccordi stradali, l’uso delle rotabili suddette e del trivio ad ovest di Castua resterà di pieno e libero uso così del Regno d’Italia come dello Stato di Fiume.

ARTICOLO Il.

Zara e il territorio descritto qui di seguito sono riconosciuti come facenti parte del Regno d’Italia.
Il territorio di Zara di sovranità italiana comprende: la città e il comune censuario di Zara e i comuni censuari (frazioni) di Borgo Erizzo, Cemo, Boccagnazzo, e quella parte del comune censuario (frazione) di Diclo determinata da una linea che, partendo dal mare a circa 700 metri a sud-est del villaggio di Diclo, va in linea retta verso nord-est sino alla quota 66 (Gruc).
Una convenzione speciale stabilirà quanto attiene alla esecuzione d; questo articolo nei riguardi del comune di Zara e delle sue relazioni con il distretto e la provincia della Dalmazia, e regolerà i vicendevoli rapporti tra il territorio assegnato al Regno d’Italia e il resto del territorio finora facente parte dello stesso comune, distretto e provincia, appartenente al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ivi compreso l’equo riparto dei beni provinciali e comunali, e relativi archivi.

ARTICOLO III.

Sono riconosciute del pari come facenti parte del Regno d’Italia le isole di Cherso e Lussin con le isole minori e gli scogli compresi nei rispettivi distretti giudiziari, nonchè le isole minori e gli scogli compresi nei confini amministrativi della provincia d’Istria, in quanto come sopra attribuita all’Italia, e le isole di Lagosta e Pelagosa con gli isolotti adiacenti.
Tutte le altre isole che appartenevano alla cessata Monarchia austro-ungarica sono riconosciute come facenti parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

ARTICOLO IV.

Il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni riconoscono la piena libertà ed indipendenza dello Stato di Fiume e si impegnano a rispettarle in perpetuo.
Lo Stato di Fiume è costituito:
a) dal Corpus separatum, quale attualmente è delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume ;
b) da un tratto di territorio già istriano, delimitato come segue
a nord : da una linea da determinare sul terreno che, partendo immediatamente a sud dell’abitato di Castua, raggiunga sulla strada S. Mattia-Fiume il limite del Corpus separatum, lasciando gli abitati di Serdoci e di Hosti al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e lasciando tutta la rotabile che, a nord della ferrovia, per Mattuglie ed il bivio di quota 377, ad ovest di Castua, conduce a Rupa, allo Stato di Fiume ; ad occidente : da una linea che da Mattuglie scenda al mare a Preluca, lasciando la stazione ferroviaria e la località di Mattuglie nel territorio italiano.

ARTICOLO V.

I confini dei territori di cui agli articoli precedenti saranno tracciati sul terreno da Commissioni di delimitazione composte per metà di delegati del Regno d’Italia e per metà di delegati del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. In caso di divergenze, sarà sollecitato l’arbitrato inappellabile del Presidente della Confederazione elvetica.
Per chiarezza e maggior precisione, è annessa al presente trattato una carta al 200.000, sulla quale è riportato l’andamento dei confini di cui agli articoli 1 e IV.

ARTICOLO VI.

II Regno d’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni convocheranno una conferenza composta di tecnici competenti dei due
Paesi, entro due mesi dall’entrata in vigore del presente trattato. La detta conferenza dovrà, nel più breve termine, sottoporre ai due Governi precise proposte su tutti gli argomenti atti a stabilire i più cordiali rapporti economici e finanziari fra i due Paesi.
ARTICOLO VII.

II Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dichiara di riconoscere a favore dei cittadini italiani e degli interessi italiani in Dalmazia quanto segue:
1°) Le concessioni di carattere economico fatte dal Governo e da enti pubblici degli Stati ai quali è succeduto il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, a società o cittadini italiani, o da questi possedute in virtù di titoli legali di cessione fino al 12 novembre 1920, sono pienamente rispettate, obbligandosi il Governo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni a mantenere tutti gli impegni assunti dai Governi, anteriori.
2°) II Regno dei Serbi, Croati e Sloveni conviene che gli Italiani, pertinenti fino al 3 novembre 1918 al territorio della cessata Monarchia austro-ungarica il quale in virtù dei trattati di pace con l’Austria e con l’Ungheria e del presente trattato è riconosciuto come facente parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, avranno il diritto di optare per la cittadinanza italiana, entro un anno dall’entrata in vigore del presente trattato, e li esenta dall’obbligo di trasferire il . proprio domicilio fuori del territorio del Regno predetto. Essi conserveranno il libero uso della propria lingua ed il libero esercizio della propria religione, con tutte le facoltà inerenti a queste libertà.
3°) Le lauree o altri titoli universitari già conseguiti da cittadini del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in università o in altri istituti di studi superiori del Regno d’Italia saranno riconosciuti dal Governo dei Serbi, Croati e Sloveni come validi nel suo territorio e conferiranno diritti professionali pari a quelli derivanti dalle lauree e dai titoli ottenuti presso le università e gli istituti di studi superiori del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.
Formerà oggetto di ulteriori accordi quanto riguarda la validità degli studi superiori che vengano compiuti da sudditi italiani nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e da sudditi dei Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in Italia,

ARTICOLO VIII.

Nell’interesse dei buoni rapporti intellettuali e morali dei due popoli, i due Governi stipuleranno quanto prima una convenzione, che avrà per fine di intensificare l’intimo sviluppo reciproco delle relazioni di cultura fra i due Paesi.

ARTICOLO IX.

Il presente trattato è redatto in due esemplari, uno in italiano, uno in serbo-croato.
In caso di divergenza farà fede il testo italiano, come lingua nota a tutti i Plenipotenziari.
In fede di che, i Plenipotenziari predetti hanno sottoscritto il presente trattato.

Fatto a Rapallo, il 12 novembre 1920.

GIOVANNI GIOLITTI
C. SFORZA
IVANOE BONOMI
MIL. R. VESNITCH
Dottor ANTE TRUMBIC
COSTA STOIANOVITCH

 

Domande relative al documento allegato

  1. Leggi l’articolo 1 del trattato di Rapallo: che tipo di confini sono quelli descritti così minuziosamente in tale articolo?
  2. Che tipo di confine è, invece, quello descritto dal comma 2 dell’articolo 2 del trattato? Aiutati con la cartina di pagina 5.
  3. Quali isole adriatiche vengono assegnate all’Italia, quali al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni?
  4. Con quale modalità, in concreto, verranno delimitati i confini tra il Regno d’Italia ed il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni? Chi è indicato come arbitro in caso di divergenze?
  5. In quale articolo vengono stabiliti i confini dello Stato di Fiume? Per quanto tempo i due Regni si impegnavano a rispettarli? Fai una breve ricerca per verificare se tale accordo fu rispettato.
  6. In che modo i rappresentanti dei Governi firmatari confidano di mantenere buoni rapporti intellettuali e morali tra i due popoli? In quale articolo è scritto ciò?
  7. Come vengono regolati dal trattato i diritti degli italiani che si trovino a vivere nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni? In quale articolo si definiscono tali diritti? Nel trattato c’è una norma reciproca per i Serbi, Croati o Sloveni che si trovino a vivere in territorio italiano dopo l’entrata in vigore del trattato?
  8. In che modo il trattato prevede che vengano raggiunti e mantenuti tra i due Paesi cordiali rapporti economici e finanziari?
  9. In quante copie viene redatto il trattato? Qualora sorgano divergenze interpretative, quale copia farà fede? Perché?
  10. Chi sono i firmatari del Trattato? Che funzioni svolgevano nel loro Paese?

Bibliografia

  • A.Giardina, G.Sabbatucci, V.Vidotto – Storia dal 1900 ad oggi – Editori Laterza
  • T. Detti, G. Gozzini – Storia contemporanea  II. Il novecento – Bruno Mondadori

Sitografia

 


 

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Trattati di Pace

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