IL NEMICO NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

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Il Nemico nella Prima Guerra Mondiale – Schede didattiche di prof. Peter Cernic (Go) – PDF-File


 

SCHEDA N.1 – LE MASSE E LA PROPAGANDA

TIPOLOGIA: lettura e approfondimento
TESTO DI RIFERIMENTO: A.Ventrone, Il nemico interno : immagini, parole e simboli della lotta politica nell’Italia del Novecento, Roma, Donzelli, 2005.

Introduzione
Con la prima guerra mondiale cambia il modo di rapportarsi con il nemico, che assume caratteristiche nuove, ben diverse da quelle settecentesche ed ottocentesche in cui il nemico era temuto, ma anche rispettato.

Tale trasformazione è dovuta indubbiamente ad un profondo cambio sociale, economico, politico ed istituzionale, verificatosi tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del Novecento. In questo frangente storico le masse diventano ormai un soggetto politico con cui tutti gli stati devono attivamente confrontarsi.

Due sono i fattori che più di altri dobbiamo avere presente:

  • la grande trasformazione delle città nella seconda metà dell’Ottocento che demograficamente crescono e da centri in gran parte artigianali e commerciali si trasformano in centri industriali. Qui nascono nuove forme di aggregazione sociale che pongono le basi ai primi partiti di massa (socialdemocratici e socialisti) che ben presto si dovranno confrontare con altri partiti di massa ispirati a convinzioni liberal nazionali, o al cattolicesimo sociale;
  • l’affermazione del suffragio universale che tra fine Ottocento e inizi Novecento cambia profondamente il modo di fare politica di molti stati europei. Il potere nel tentativo di trovare nuovi modelli comunicativi per rapportarsi con le masse comincia ad utilizzare in maniera molto accurata uno nuovo strumento ossia la propaganda politica;

La comunicazione politica diventa dunque in questo periodo un problema di massa e le masse diventano bersaglio di una comunicazione propagandistica che muove qui i primi passi.

Analisi della fonte
Leggiamo ora insieme un riflessione tratta da A.Ventrone, op. cit., riguardante i profondi cambiamenti concettuali avvenuti a causa del conflitto e all’intenso uso della propaganda politica.

La propaganda politica, dunque, si fonda però molto spesso sulla netta divisione della realtà in bene e male, amico e nemico; e ciò è tanto più vero in caso di guerra, visto che lo scopo esplicito diventa allora quello di spingere la comunità all’unione e all’accantonamento di ogni divergenza per far fronte al comune pericolo. Il legame tra elemento morale ed elemento fisico diventa essenziale: la bruttezza o la deformità fisica, infatti, servono a descrivere i segni di una più profonda e sostanziale bruttura morale, e l’enfatizzazione dei misfatti del nemico e della sua irriducibile diversità hanno l’obiettivo di accrescere l’odio nei suoi confronti e di legittimare i sacrifici che il conflitto richiede. In tali casi, l’immagine diventa “cruda” e le parole “nude”; il linguaggio si fa brutale, non dissimula, ma esalta la violenza, incita all’odio. La guerra, infatti, non ammette sfumature e quindi tende a semplificare i messaggi: non si vuole più parlare, ma solo far vedere e sentire. La parola raziocinante tende a indietreggiare, le frase a scomparire. Dominano immagini forti, aggressive, eccessive. Lo scopo non è di indurre alla riflessione, ma all’azione. D’altronde, com’è stato notato, denunciare quali sono le fonti del male significa suggerire implicitamente il rimedio per eliminarle.

ESERCIZI di concettualizzazione:

1) Cerca di definire in tre righe il concetto di propaganda. Se hai difficoltà aiutati con il dizionario.

2) Perché la propaganda esalta la bruttura morale del nemico?

3) Analizza la fonte citata e definisci il significato che l’autore attribuisce alla funzione dell’immagine e quello che attribuisce alla funzione della parola.

Immagine:

Parola:

1) 45 minuti – forma scritta – prodotto: 2 pagine di dialogo e 2 pagine di testo argomentativo.

Obiettivo: indurre alla riflessione e all’ascolto

In base ai saperi acquisti i ragazzi lavorando a coppie devono scrivere un dialogo in cui un cittadino austroungarico ed un cittadino italiano vissuti nel 1915 si accusano l’un l’altro facendo vedere e facendo sentire le proprie ragioni senza ascoltarsi. Ognuno senza consultare l’altro deve addurre almeno tre argomenti a favore della propria causa.

Dopo aver redatto il testo, i ragazzi si scambiano i fogli e cercano di dare una giustificazione logico-politica alle ragioni dell’altro.

2) 45 minuti: scrittura riflessiva

Obiettivo: attualizzazione di una problematica storica, riflessione

Scrivi una breve riflessione sul tema: Quando l’emotività e l’irrazionale paura dell’altro diventano la base per unire la comunità
SCHEDA N. 2- PROPAGANDA E IL NEMICO ESTERNO

TIPOLOGIA: analisi e schematizzazione

Introduzione
Ogni guerra ha un suo nemico esterno che specialmente con l’avvento della società di massa va caratterizzato in modo inequivocabile per renderlo riconoscibile anche a coloro che non combattono al fronte. Partendo da questa necessità la propaganda nazionale durante la prima guerra mondiale creò o alimentò immagini stereotipate del nemico che esasperavano sia i tratti somatico-razziali, sia le caratteristiche culturali delle singole nazioni.

Per raggiungere questo scopo la propaganda organizzata a livello di appositi uffici statali e militari e che non conosceva ancora la radio e la tv, fece uso delle vignette sui giornali, dei disegni satirici su manifesti, dei testi delle canzoni militari ecc..

La caratterizzazione e la demonizzazione del nemico esterno ebbe un ruolo molto importante non solo per motivare i soldati al fronte, ma soprattutto per tenere coeso il fronte interno ossia la nazione. In questo gioco propagandistico lo Stato giustificava sé stesso e le proprie azioni nei confronti della popolazione civile, proiettando un’immagine positiva di sé e seminando al contempo paura dello straniero, del barbaro avversario, rappresentato non poche volte come il diavolo in persona.

Le immagini che abbiamo raccolto ci dicono molto su come venivano percepiti alcuni stati e su come questi percepivano se stessi.

Analisi delle fonti: La carta geografica delle nazioni Europee

La carta geografica dell’Europa in cui vengono disegnati i singoli stati nazionali in modi molto originali è un topico antecedente alla prima guerra mondiale che continuerà ad essere molto usata durante tutto il primo conflitto mondiale.

Osservando le mappe geografiche del 1914 e 1915 che pubblichiamo affianco, si possono cogliere alcune rappresentazioni stereotipate dei singoli paesi, ma con caratterizzazioni molto diverse.

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La carta geografica dell’Europa dal punto di vista degli imperi centrali nel 1914

 

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La carta geografica dell’Europa dal punto di vista delle forze dell’Intesa nel 1914

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ESERCIZIO:
1) Osserva le carte geografiche pubblicate e cerca di spiegare perché l’Italia è rappresentata in modi così diversi nella carta geografica 1, 2 e 3.

2) Descrivi in che modo è disegnata la Serbia nella carta geografica numero 1. Si tratta di una rappresentazione storicamente accettabile? A che cosa si riferisce?

3) Nella carta geografica numero 2 e 4 si possono cogliere alcuni aspetti caratteristici, ma anche contraddittori dell’Inghilterra? Quali?

ATTIVITA’: – sviluppo delle competenze orali -. Cerca di presentare oralmente al tuo compagno o alla classe i contenuti di una delle carte geografiche qui pubblicate, evidenziando il messaggio propagandistico.

 

TIPOLOGIA: approfondimento

La demonizzazione del tedesco – motivi

Nel corso del conflitto mondiale il linguaggio iconografico si farà molto più crudo arrivando ad una vera e propria demonizzazione del nemico esterno.
Tra tutti i paesi in guerra il paese più demonizzato fu sicuramente la Germania. Ciò successe anche in l’Italia che a rigor di logica avrebbe dovuto demonizzare molto più l’Austria- Ungheria, storico rivale delle guerre risorgimentali.

Perché ciò non successe e perché fu proprio la Germania ad incutere tanto timore?

Ciò che colpì l’opinione pubblica mondiale sin dall’inizio della Grande guerra fu la concretezza e la brutalità dell’azione militare tedesca.
La Germania riuscì infatti a mostrare sui campi di battaglia tutta la propria superiorità tecnologica, utilizzando senza remore morali armi nuove, ancora sconosciute in Europa cambiando di fatto gli schemi di combattimento ottocenteschi.

L’uso dei gas asfissianti, dei sottomarini, dei lanciafiamme diede adito ad uno stereotipo del tedesco ipermoderno e ipertecnologico, che però da un punto di vista umano rimane incivile e barbaro, dunque crudele e spietato. Il confine tra modernità, civiltà e barbarie divenne in questo caso molto labile e il tedesco si affermò nell’immaginario della propaganda nemica come il nuovo barbaro tecnologico ma per sua propria natura tale. Non pochi infatti furono i casi in cui la propaganda avversaria cercò di spiegare le ragioni della brutalità militare tedesca addirittura con teorie di tipo biologico razziale.

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Il demone tedesco  – La Germania e l’Austria due potenze militari.

L’autorappresentazione tedesca

La propaganda militarista tedesca, specialmente all’inizio della guerra, tendeva a rappresentare la Germania con la figura di un giovane e forte soldato, capace di sconfiggere uno dopo l’altro tutti i nemici. Questa autorappresentazione è ben visibile nell’immagine che si pubblica qui a fianco in cui i due alleati Austria e Germania, anche fisicamente più grandi, sono in grado di regolare i conti con il militarismo francese, le ambizioni russe e con il liberalismo capitalista inglese. Va sottolineato un dettagli: il tedesco tendeva a percepire se stesso come un militare.

 

L’Italia secondo la propaganda austriaca

Non poche furono invece le rappresentazioni stereotipate dell’Italia nella stampa europea e in special modo di quella austriaca. L’Italia infatti alleata della Germania e dell’Austria sino al 1914, neutrale tra il 1914 e il 1915 e alleata dell’Intesa dopo la firma del trattato di Londra venne spesso accusata di essere una traditrice vendutasi al miglior offerente.

In verità il dibattito politico interno che portò l’Italia a scegliere prima la posizione neutralista e poi ad entrare in guerra fu molto complesso, non legato solo a interessi politici esterni.  Pubblichiamo una vignetta in cui si evidenziano i presunti interessi pecuniari della classe dirigente italiana e l’inaffidabilità dell’alleato italiano.

Cadorna, Vittorio Emanuele e D’Annunzio
Dicono che senza soldi non c’è guerra, ma noi ci siamo convinti del contrario, senza guerra non ci sono i soldi.

Maledetto Katzelmacher 

Il vignettista austriaco Arpad Schmidhammer diede vita allo stereotipo dell’italiano tipico. Si tratta di Maledetto Katzelmacher un brigante meridionale diventato bersagliere per poter derubare l’Austria di qualcosa.

La figura di Katzelmacher fa riferimento ad un vocabolo dispregiativo (fabbricatore di pentole) con cui già dal Settecento in poi venivano chiamati i lavoratori italiani emigrati in area tedesca.

Katzelmacher

Il soldato italiano – raffigurato come Maledetto Katzelmacher – un amico inaffidabile.

 

L’autorappresentazione dell’Italia

Molto spesso la propaganda italiana rappresentava la nazione con vesti femminili. Pubblichiamo qui tre esempi. L’Italia nel 1915 si presenta come una fiera guerriera con in mano lo scudo dei Savoia che insieme ai suoi alleati sconfigge il barbaro germanico, mantenendo così alti i valori della civiltà.
Diversamente si presenta nella seconda immagini in cui quasi in un atteggiamento religioso dichiara di esser pronta a sacrificare i propri figli per una giusta causa.

Nell’ultima immagine risalente al 1918 l’Italia si mostra nelle vesti di una donna, lavoratrice, che sventola la bandiera della vittoria, pronta a guardare verso il futuro per ricostruire l’Italia.

SCHEDA N. 4- PROPAGANADA E IL NEMICO INTERNO
TIPOLOGIA: analisi e schematizzazione
TESTO DI RIFERIMENTO: A.Ventrone, Il nemico interno : immagini, parole e simboli della lotta politica nell’Italia del Novecento, Roma, Donzelli, 2005. Introduzione

Oltre al fronte esterno la prima guerra mondiale anche a causa della sua lunga durata, elabora il concetto di fronte interno, a cui le autorità di tutti gli stati coinvolti nel conflitto, presteranno moltissima attenzione. La guerra infatti andava combattuta anche grazie ad un controllo minuzioso degli organi di stampa, dell’educazione scolastica e soprattutto delle idee pacifiste.

In Italia ad esempio il 23 maggio 1915, alla vigilia dell’entrata in guerra, venne istituita la censura preventiva sulla stampa. Così come in altri paesi si è cercato di prevenire la pubblicazione sugli organi di stampa di notizie non comunicate dal governo e dai comandi superiori dell’esercito relative allo stato e ai movimenti dell’esercito e dell’armata, ai relativi alti comandi, agli apprestamenti offensivi e difensivi, ed al numero dei feriti, morti e prigionieri.. Perché?

Nei paesi belligeranti, tutte le notizie riguardanti gli eventi bellici e non, venivano sottratte alla libera informazione della stampa e demandate alle fonti ufficiali costituite dai bollettini del Comando supremo che molto spesso censuravano i giornali.

Questo veniva fatto per bloccare la diffusione di notizie reputate disfattiste dalle autorità militari e politiche. A tal proposito venne creato un imponente apparato burocratico che aveva come compito principale combattere il nemico interno. Si tratta di una struttura ramificata, che faceva capo ad uffici specifici e che oltre alla censura sui mezzi di stampa, aveva anche l’ordine di controllare la posta privata dei militari e addirittura la posta civile nonché le conversazioni telefoniche interurbane ecc. Si tratta di un controllo che si converte in una sorta di spionaggio.

In sostanza bisognava controllare tutto e tutti in modo da limitare l’azione di un fantomatico nemico interno che diffondendo il malessere e il malcontento tra la popolazione, avrebbe determinato la sconfitta della nazione.

E’ curioso prendere in considerazione il fatto che i circoli militari tedeschi ancor dopo la fine della guerra addossarono la colpa della sconfitta militare proprio a questo fantomatico nemico interno che venne identificato con la SPD (partito socialdemocratico tedesco), che seppure votò l’entrata in guerra fu sempre criticato per le posizioni di certi suoi leader reputati pacifisti. Anche il partito socialista italiano, che fu l’unico partito socialista europeo a votare contro l’entrata in guerra fu durante la guerra oggetto di grandi pressioni.

Ma chi era per gli organi della propaganda il nemico interno?

I PACIFISTI

I SOCIALISTI
Tutta la socialdemocrazia europea, per i suoi forti connotati internazionalistici era considerata il nemico interno numero uno.
I partiti socialdemocratici e socialisti avevano programmi politici internazionalisti e anticapitalisti e perciò incompatibili con la propaganda nazionalistica e i programmi nazionalisti. I lavoratori dovevano unirsi per cambiare l’ordine sociale. Proprio per questo erano considerati nemici, e vennero presi spesso di mira da provvedimenti di fermo in quanto reputati disfattisti e traditori della patria.

Le due immagini che qui pubblichiamo si riferiscono al caso italiano. Durante la forte polemica relativa all’entrata in guerra dell’Italia, i circoli nazionalistici hanno cercato di screditare il leader socialista Filippo Turati. Nella prima egli si trova in compagnia di Francesco Giuseppe e Guglielmo II, servo dunque degli interessi della socialdemocrazia tedesca. Nella seconda in cui si può vedere un giovane Mussolini, allora direttore del giornale socialista l’Avanti, messo in croce, Turati è rappresentato come l’esecutore materiale di ordini dati dall’internazionale socialista. A Mussolini, raffigurato metà guerriero metà angelo della pace, non si è permesso di manifestare liberamente le sue idee interventiste.

Dopo questo scontro tra con PSI Mussolini approderà presto su posizioni apertamente interventiste fondando un nuovo giornale Il popolo d’Italia.

 

I CATTOLICI 

L’immagine tratta da Il Brivido un giornale fortemente anticlericale rappresenta papa Giulio II, che nel XVI secolo alzò la suo voce contro i “barbari tedeschi”. A destra nella foto vediamo papa Benedetto XV chiamato anche il “principe della pace”, apostrofato duramente da Giulio II. Sotto l’immagine e affianco è pubblicata una poesia di G. D’annunzio in cui il vate ironizza duramente sulla figura di papa Benedetto che con la sua politica apertamente pacifista cominciò ad intromettersi secondo l’autore nella politica italiana, con l’unico scopo di favorire i nemici tedeschi.

Il grande sforzo per arrivare ad una pace caratterizzò il pontificato di Benedetto XV che con un importante tentativo diplomatico nel 1917 noto come Nota di pace riuscì quasi a far passare un accordo di pace tra tutte le parti in causa.
Le sue posizioni pacifiste portarono le autorità italiane e non solo a considerare non solo il papa, ma anche il mondo cattolico come un nemico interno, censurando i suoi discorsi e internando anche sacerdoti. La propaganda anticlericale ed anticattolica andò però scemando dopo la disfatta di Caporetto, quando una parte importante del mondo cattolico in Italia si schierò a favore della guerra.

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I NEUTRALISTI ITALIANI

Questa vignetta in maniera molto cruda rappresenta i neutralisti Giolittiani, colpevoli di tradimento e di corruzione verso la Patria.
I circoli nazionali in Italia identificarono il gruppo di Giolitti, già tre volte primo ministro e fortemente contrario alla guerra, come corrotto e traditore della patria. Egli va dunque impiccato. Va ribadito che agli occhi dell’opinione pubblica italiana l’uso della forca era tipico per Francesco Giuseppe che si servì di questo strumento di morte quando giustiziò per alto tradimento alcuni rappresentanti dell’irredentismo italiano. Perciò veniva comunemente chiamato l’impiccatore.

L’immagine indubbiamente ironizza anche su questo punto. Giolitti e i suoi difendendo la pace faranno la stessa fine di alcuni eroi del risorgimento italiano. Il giustiziere però in questo caso sarà un altro e la loro morte sarà ingloriosa.

neutralisti

 

GLI IMBOSCATI

Nei momenti difficili tutti devono dare una mano, tutti devono sacrificarsi. Chi non lo fa, come è il caso dell’imboscato, che non risponde al richiamo delle armi, è anche lui un nemico, da combattere.

GLI EGOISTI

La durata della guerra mise a dura prova anche le finanze pubbliche. Proprio perciò molte furono le sollecitazioni in tutti gli stati europei di non nascondere i propri soldi, ma investirli sottoscrivendo il prestito nazionale. Chi non lo fa, si converte in un nemico del diavolo.

imboscati

 

SCHEDA N. 5 – PRIMA GUERRA MONDIALE – IL SIGNIFICATO DELLAPAROLA NEMICO

TIPOLOGIA: riflessione APPROFONDIMENTO

Secondo l’opinione di Carl Schmitt (1888-1985), illustre politologo e giurista tedesco, durante la prima guerra mondiale cambia profondamente il significato del concetto di nemico. Si passa da una rappresentazione del nemico come iustus hostis – nemico legittimo tipico della concezione ottocentesca ad una rappresentazione di nemico straniero, nemico criminale, eticamente delegittimato che va dunque annientato.

Cambia così anche il concetto di guerra che da longa manus asservita alla causa della politica, si trasforma in un affare principalmente etico in cui i giusti combattono per sconfiggere i criminali, gli ingiusti, i malvagi.

Per capire meglio tutto ciò, cerchiamo di dare una spiegazione contestuale.

Secondo Schmitt la caratteristica fondamentale dell’epoca moderna, affermatasi pienamente con il trattato di Westfalia nel 1648 in cui si pose fine alle guerre di religione, fu la razionalizzazione dell’uso della guerra sul territorio europeo. La guerra divenne infatti strumento dello stato sovrano per ottenere vantaggi politici nei confronti di altri stati che a loro volta venivano comunque trattati con uguale dignità.

In breve tra ‘600 e ‘700, citando Cicerone, la dottrina politica e giuridica finì coll’affermare che: “Hostis est, qui habet rem publicam, curiam, aerarium, consensum et concordiam civium et rationem aliquam si res ita tulerit, et pacis et belli.” Il nemico può essere dunque solo uno stato sovrano, a cui gli altri stati riconoscono pari diritti incluso quello di fare guerra. Ciò venne a significare che anche il nemico potesse assurgere al grado di iustus hostis – nemico legittimo e legittimato.

Il formalismo giuridico dell’epoca consentiva di non escludere che entrambi i paesi contendenti potessero avere delle buone ragioni per combattere una guerra, ragioni che del resto venivano valutate per conto proprio dalle cancellerie di ciascuno Stato. In età moderna si era dunque introdotta una netta distinzione fra il «nemico formalmente giusto» e il nemico «criminale, ribelle o pirata».

Il nemico criminale era passibile di sanzioni punitive, al contrario, il nemico ‘giusto’, anche se sconfitto, non perdeva la sua dignità e i suoi diritti, come provavano le regole circa il trattamento dei prigionieri, l’immunità degli ambasciatori, le procedure di resa e in particolare le modalità di conclusione di un trattato di pace con le annesse clausole di amnistia.

Questo muto riconoscimento che riguardava in particolare la guerra terrestre europea – e che escludeva la guerra civile e la guerra coloniale dove la sovranità degli stati africani o asiatici veniva negata – impediva che i prigionieri e i vinti potessero essere trattati come l’oggetto di una punizione, di una vendetta o di una cattura di ostaggi.

I belligeranti si rispettavano come nemici e non si discriminavano come criminali, cosicché una conclusione pacifica della guerra era possibile, anzi rimaneva persino la sua normale e ovvia conclusione.

Con la prima guerra mondiale le cose cambiano radicalmente. L’avvento della società di massa, e in special modo l’avvento della logorante guerra di trincea impone un nuovo modo di combattere. La guerra andava combattuta anche con la propaganda aprendo un novo fronte: quello interno. Ciò portò necessariamente alla demonizzazione del nemico.

Il nemico sarà ben presto criminalizzato non solo a livello di propaganda politica o militare, ma addirittura sul piano puramente diplomatico come del resto successe con i trattati di pace di Parigi.

Ciò sia sotto il profilo giuridico che sotto il profilo culturale avrà delle importanti ripercussioni nello sviluppo della storia europea del Novecento. L’affermarsi dell’idea di un nemico criminale, che va annientato e che troverà la sua formalizzazione giuridica proprio nel trattato di Versailles, aprì la strada a un nuovo modo di fare la guerra e a molte delle tragedie del Novecento.

Si andò allora a legittimare l’idea della guerra giusta, condotta da una nazione o da un gruppo di nazioni, per salvaguardare i propri valori indubbiamente giusti, messi in discussione dall’altro, dallo straniero.

La guerra in quest’ottica non è più un fatto politico, ma assume un valore puramente etico. Proprio per ciò non è raro che l’azione bellica durante il corso del Novecento venga spesso chiamata un’operazione di polizia, oppure un’operazione di pace condotta contro chi è di fatto identificato come un criminale.

E’ del tutto logico che in quest’ottica venga meno il diritto di esistere dell’avversario. Ritorna così a prendere piede nuovamente il concetto medievale di guerra giusta, guerra etica che non è più guerra, ma paradossalmente operazione di pace in quanto salvaguarda i valori di una data società.

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