La guerra di Giovanni

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Da Edoardo Pittalis, “La guerra di Giovanni” (Pordenone 2006, Biblioteca dell’Immagine)

L’autore è un giornalista ed editorialista del Gazzettino. Il libro, aperto dalla prefazione di Enzo Biagi, racconta la grande guerra secondo una narrazione cronologica e contemporaneamente tematica, scandita in relazione alla vicenda di Giovanni, contadino sardo emigrato in Argentina con altri compaesani e rimpatriato per l’arruolamento (tornerà a casa nel ’19, “con due medaglie e tre ferite”), mettendo in evidenza gli eventi principali del conflitto, ma soprattutto il vissuto diretto di protagonisti quasi anonimi e la percezione della guerra nella mentalità popolare, facendo riferimento a fonti memorialistiche di personaggi minori e a fonti indirette.

In trincea: la morte per armi chimiche

«L’alba sul San Michele rapidamente diventa tiepida. Quando giugno [1916] finisce. Quel 29 giugno i fanti dormono ancora nelle trincee scavate nella roccia, mentre il vento che soffia basso porta il gas velenoso: è l’iprite, solfuro di dicloroetile. La chiamano così perché è stata sperimentata a Ypres sul fronte belga nell’aprile 1915: 15 mila soldati francesi erano fuggiti lasciando un varco di sei chilometri, cinquemila erano morti con i bulbi degli occhi sporgenti e le facce grigie.

Tra le cinque e le cinque e mezzo del mattino, sul Carso, 6432 uomini, compresi 182 ufficiali, passano dal sonno alla morte. Resta nell’aria come un odore forte di mostarda, lo chiamano per questo anche “gaz mostarde”.

Sui moribondi si avventano due reggimenti ungheresi della Honweed, attrezzati con maschere antigas, che li massacrano a colpi di mazze ferrate con punte acuminate. Sono avanzati con le fasce mollettiere arrotolate attorno agli scarponi per non farsi udire nella nebbia del gas. E’ stato fatto arrivare un apposito battaglione di specialisti addestrati a Krems sul Danubio. Hanno fatto le prove una settimana prima vicino a Seghetti, con gas provenienti dal deposito di Lubiana.

Avanzano con bombole metalliche, aprono i rubinetti, regolano i tubi d’uscita. Il gas ha un raggio d’azione di cinquemila metri, entro un chilometro non lascia scampo. Dalla lettera di un volontario morto a 19 anni: “Man mano che gli uomini venivano avvolti dai gas, dopo pochi istanti cadevano dibattendosi come pesci fuor d’acqua… Eravamo perduti”. Chi è raggiunto non può respirare, s’infiammano le mucose del naso e della bocca. La rigidità sopravviene istantaneamente, i fanti restano nelle posizioni più strane, come li ha colti la morte. Come i corpi di Pompei rimasti sotto la lava, sembrano calcificati, poi si decompongono rapidamente.

Qualcuno si salva con fazzoletti imbevuti d’acqua o di caffé [sic] premuti sul naso e sulla bocca. Altri accendono fuochi con tutto quello che raccolgono e quasi si gettano sulle fiamme, solo così riescono a respirare aria senza gas.

Gli austriaci della località Mainizza al Bosco Cappuccio usano seimila bombole a gas, ne utilizzano la metà nel settore sud perché il vento rischia di rimandare indietro il gas e fare strage anche tra le truppe d’assalto.

Ci sono le brigate Brescia e Ferrara, poi le Reggina e Pisa arrivate in aiuto. Ottomila gasati, meno di duemila sopravvissuti. Lo spettacolo che si presenta ai soccorritori è terribile, i fanti sono stati sorpresi nel momento dell’ultimo sonno, ripiegati nella loro trincea, nella loro fossa scavata. Molti hanno cercato di trascinarsi sino al posto di medicazione collocato in una caverna. Quasi tutti, storditi, sono stati massacrati con colpi alla testa, con una violenza tale da renderli irriconoscibili. Gli ungheresi catturati ancora con le mazze, sono uccisi sul posto.

L’assalto sul San Michele ha il primato del maggior numero di vittime nel minor tempo. Da Peteano a San Martino e Castelnuovo sul Carso sono sette chilometri di fronte, pochissimi si salvano. Muoiono per effetto dell’iprite quasi 6500 uomini, lo stesso numero di italiani morti in tutte le guerre del Risorgimento.

Il gas fa la sua comparsa anche sulle montagne, le prime pattuglie che la notte dell’11 luglio vanno all’assalto del Castelletto delle Tofane sulle Dolomiti vengono respinte col gas. Nella primavera successiva gli austriaci attaccano col gas a Campiello sull’Altipiano, bromuro di cianogeno che da allora prende il nome di “campiellite”.

Quello che protegge il fronte italiano da frequenti assalti col gas, è il profilo montuoso e il continuo cambiare dei venti che ne scoraggiano l’uso. Tutto è più facile in pianura.

Neppure l’Italia da questo momento sta a guardare nella guerra chimica, ha un’industria di cloro capace di produrre dieci tonnellate al giorno e arriverà a 50 nel 1918; nei primi tempi rifornisce anche gli alleati. Dal cloro derivano tutti i prodotti impiegati in combattimento, iprite compresa: fosgene, cloruro di cianogeno, tetracloruro di carbonio. Lavorano a ritmo serrato gli stabilimenti della Caffaro a Brescia, di Cesano Maderno e di Napoli.

Nell’agosto 1917, nel corso dell’undicesima battaglia dell’Isonzo, gli italiani andranno all’attacco a Castagnevizza sparando ben 3500 granate a liquido speciale in nove ore. Useranno per la prima volta l’iprite nell’ottobre del 1918 nella piana di Sernaglia e sull’altipiano di Folgaria.

All’inizio ci si difende con tamponi di garza imbevuti di sostanze neutralizzanti e legati al viso, ma servono poco. In seguito si adottano maschere antigas non sempre efficaci; un modello del 1916 si dimostra inutile a Plezzo nell’ottobre del ’17 davanti a proiettili d’iprite. Sulla scatola con la quale lo consegnano c’è scritto: “Chi si leva la maschera muore. Tenetela sempre con voi”.

La Francia sperimenta la maschera antigas modello “M2” che copre anche gli occhi. Gli italiani la utilizzano dopo il San Michele; i francesi ne spediscono quasi un milione d’esemplari, è adatta ad ogni tipo di gas, protegge anche per cinque ore.

Più sicuro, però, è il respiratore antigas inglese: una maschera facciale di tela gommata con boccaglio per respirare, un tubo applicato ad un filtro in metallo inserito in una borsa a contenente una miscela di carbone attivo.

Sino alla fine della guerra saranno distribuite agli italiani 5.400.000 maschere antigas di vari modelli e nell’ultimo anno anche tre milioni di respiratori inglesi.»
[pagg. 141-144]

Questionario

  1. Di quanti tipi di gas letali viene testimoniato l’uso nel brano? Perché secondo te vengono elaborati tipi diversi di gas, nonostante l’efficacia del primo?
  2. Perché sono usati prevalentemente in pianura piuttosto che in montagna? Quali rischi corre anche l’esercito che vi fa ricorso negli assalti?
  3. Quali ti immagini essere stati in particolare gli effetti psicologici dell’uso di tali armi non convenzionali?
  4. Oggi teoricamente non è più consentito in guerra l’uso di armi chimiche: informati su quando e da chi questo divieto è stato stabilito. Conosci comunque conflitti successivi alla grande guerra in cui è accertato il ricorso alle armi chimiche, anche di recente?

In trincea: la morte per armi da fuoco

«Mentre [1916] in Francia si sperimentano i carri armati, a Casera Zebio la follia di alcuni generali manda all’assalto un’intera compagnia rivestita da corazze “Farina”: esce dalle trincee come una valanga di ferro e viene sterminata dalle mitragliatrici!

Sulla vetta del Cimone arrivano a mezzanotte da Schio i fanti del 219º battaglione per dare il cambio agli alpini. Non fanno in tempo a deporre gli zaini che sono scaraventati nell’inferno dall’esplosione di una mina di oltre 13 chili di dinamite più mille chili di polvere nera e gelatina. La cima è trasformata in un cratere di 50 metri di diametro, profondo 22 metri. Chi non muore sul colpo è sepolto vivo. Quando gli austriaci occupano la posizione, sentono le grida disperate, le invocazioni sono talmente forti che superano il rombo del cannone. Gli austriaci propongono una tregua per soccorrere gli intrappolati, il generale Albricci teme un inganno e rifiuta. Sono gli stessi nemici, sotto il fuoco, a liberare una novantina di fanti italiani sepolti vivi. Gli ultimi, ormai quasi impazziti, sono riportati alla luce alcuni giorni dopo.

Sull’Adamello nevica già da settembre. Sul Pasubio gli Austriaci si accorgeranno soltanto col disgelo di aver costruito le baracche sopra i cadaveri di settanta camerati, un’intera compagnia rimasta sepolta sotto la neve.

Congelati, morti di freddo, si vive in cunicoli scavati nel ghiaccio, le barbe e i baffi incrostati di bianco. Le cannonate provocano valanghe artificiali: bastano quattro granate fatte esplodere nello stesso momento e l’onda bianca si muove e precipita sugli uomini che si arrampicano. Da lontano sembrano colonne di formiche, la neve le copre.

Cadorna ordina un’altra spallata sul Carso, la terza, la più inutile forse. L’ufficiale napoletano di artiglieria Giovanni Amendola, futuro deputato e vittima del fascismo, scrive a Ugo Ojetti: “Io fin dall’agosto ho intuito che sull’Isonzo non avremmo mai concluso niente: oggi ne ho la certezza assoluta, matematica”.

Sull’altopiano la bora è gelida, entra nelle trincee e nelle ossa. La neve qui è quasi liberazione, meglio dell’acqua gelida che inzuppa e allaga. Con la pioggia le mantelle di lana diventano pesanti e bagnano in profondità, gli impermeabili richiesti non arriveranno mai. “La trincea è quella cosa/ che nell’acqua ti fa stare/ è una cura balneare/ poco adatta alla stagion ”.

In tre mesi, da settembre a novembre, l’esercito perde 125 mila uomini tra morti e feriti. Il bilancio del 1916 è drammatico: 404.500 tra morti e feriti contro i 246.500 del 1915. L’esperienza non ha insegnato niente.

[… I] carabinieri vigilano, li chiamano “lucerne” per via del cappellone con la fiamma, li chiamano anche “aeroplani”, ma sono lì per ascoltare tutto e per sparare alla schiena di chi diserta. Il caporale che ha parlato con i tedeschi viene denunciato, processato per tradimento indiretto e condannato: 8 anni di reclusione. C’è sempre chi controlla, chi riferisce, chi sottopone i fanti a un regime di terrore: “Nel mio settore ci sta un lucertolone/ che esce alla sera a cercar l’ufficiale/ per affibbiare arresti e cicchetti/ e per romper le bale”.» [pagg. 161-162]

Questionario

  1. Ricerca cosa intendeva il generale Luigi Cadorna con l’espressione “spallata”. Spiega se secondo l’autore del brano l’efficacia della “spallata” era più strategica o psicologica e perché.
  2. Credi che l’individualità costituita dalla vita di ogni singolo soldato sia stata percepita nello stesso modo dai più alti comandi e dalle truppe? Quali erano le differenze e l’opinione con cui alti comandanti e soldati semplici si consideravano reciprocamente?
  3. Individua nel testo immagini sulla base delle quali poter sostenere l’idea per cui anche chi sopravvisse fisicamente all’esperienza della trincea ne avrebbe portato per sempre le ferite psicologiche.
  4. Perché, secondo te, la disciplina militare era ritenuta in quelle circostanze così importante da ricorrere anche a pene gravi per punire chi la infrangeva?

In trincea: altre cause di morte

«Sull’altopiano di Doberdò si scannano con la baionetta decine di battaglioni. Vanno al massacro le truppe più giovani, quelle di leva, più addestrate e con ufficiali più giovani. Agosto e settembre [1915] se ne vanno in assalti disperati, i soldati sono stanchi, ci sono reparti che da quattro mesi non ricevono il cambio. I rifornimenti sono irregolari. Storia vecchia, i comandi non leggono nemmeno Machiavelli: “Quello che non prepara le vettovaglie necessarie al vivere è vinto senza ferro…”. Il vitto arriva di notte, dalle 22 a mezzanotte; il rancio alle quattro del pomeriggio, brodo caldo, un pezzo di carne lessa, una pagnotta, poco vino. Ogni tanto un sigaro.

Il caporale Enrico Conti porta il rancio nelle trincee sotto il San Michele, settembre 1915: Finalmente arrivo tra una pallottola e l’altra, mi metto a distribuire e dopo un momento arriva una scarica di fucileria che mi tocca tralasciare e ritornare in trincea ad aspettare che faccia giorno… Per terminare di mangiare il rancio freddo e per non correre tutti i momenti in mezzo ai boschi mangio sempre un limone e delle volte due con del pane per restringermi un poco, del resto non mi rimane più niente in corpo”.

L’acqua è il bene più prezioso; è trasportata in barili e in otri di tela, le ghirbe. Testimonia il soldato bresciano Cesare Barbieri: “Vedevamo lontani i conducenti dei muli che dovevano portare l’acqua, mentre noi morivamo dalla sete e sotto le cannonate”.

Senz’acqua, i fanti succhiano all’alba la rugiada dai fili d’erba e dai sassi, talvolta bevono la propria urina. Dal diario di Giovanni Varricchio, zappatore, a quota 118 del Monte Sei Busi, estate 1915: “Il sole batteva su quelle rocce producendo un caldo soffocante per cui molti soldati cominciavano a dare in ismanie per la sete… Uno dei soldati assaliti dalla sete morì…” Ognuno cerca di combattere l’arsura o tenendo in bocca fili d’erba oppure una pallottola di fucile. [“] Vi fu un caporalmaggiore napoletano che non potendo resistere alla febbre della sete orinò in una tazza di latte, e dopo averla tenuta all’aria per qualche minuto, la bevvè [sic] d’un fiato”.

La razione giornaliera d’acqua è di mezzo litro, ne occorrerebbero almeno due perché c’è caldo e perché la dieta è a base di gallette e scatolame. Non bastano  i limoni distribuiti generosamente come astringenti e come disinfettanti. Manca l’acqua per lavarsi e per fare le pulizie. Si diffondono le epidemie tra umidità, liquami, insetti, parassiti e topi enormi che rosicchiano i cadaveri.

Certi giorni, sotto il caldo, le malattie fanno più vittime delle pallottole. Si verificano casi di colera, tifo, infezioni gastrointestinali, malaria, febbri reumatiche: è la “terzana” trasmessa da parassiti che proliferano nella sporcizia.

Le statistiche dell’esercito rilevano l’impressionante diffusione di affezioni come tracoma, morbillo, difterite, scabbia, meningite cerebrospinale. I medici sono costretti a turni talmente massacranti da meritare la medaglia d’oro, come il romano Raffaele Paulucci, mandato sul fronte appena laureato.

Si registrano 4.300 morti per il colera su ventimila ammalati e seimila casi di tifo.

Molte sono le difficoltà per creare una cintura sanitaria con ospedali isolati e trasportare su carretti, nel fango, i malati verso i lazzaretti. Anche tra i prigionieri austriaci il tifo petecchiale miete 5.416 vittime.

Nemici d’ogni genere, imprevedibili e imprevisti. Il Corriere della Sera pubblica la lettera di un reduce dalla trincea: “Alla fine di agosto era nevicato già tre volte, la temperatura era così rigida che si ebbero alcuni casi di assideramento… Si dovette ricorrere ad un rimedio draconiano: anziché all’alba, la sveglia veniva data in piena notte, nell’ora in cui il freddo si fa sentire più intenso e più crudo: alle due. Per non essere vinti dal gelo, dovevamo vincere il sonno: alzarci a passeggiare un’ora, due ore”.

Il tenente Mario Baroni, medaglia d’argento, morto in quei combattimenti, racconta: “Eravamo esauriti per la fame, la sete, ma più per il freddo e il sonno… In due giorni ho mangiato 300 grammi di pane, senza neanche una goccia d’acqua, ed in quelle condizioni ho dovuto mantenermi in piedi e combattere giorno e notte sotto la pioggia, la neve e la grandine. Per fortuna in una trincea austriaca ho trovato una buona coperta di lana che è stata per me una provvidenza”. Baroni è nato in Cadore ed è abituato al freddo anche intenso e improvviso più di un contadino laziale o pugliese.

Scrive il bersagliere Benito Mussolini [il futuro “duce”]  sul Carso: “…Questa guerra è la più contraria al temperamento degli italiani… E’ straordinaria la resistenza ai disagi e al freddo dell’alta montagna in uomini che vengono da paesi dove non nevica mai”.

Nella sola zona di Monte Nero, in settembre, 700 sono i casi di congelamento. In novembre sul Carso la brigata Ferrara non ha ancora ricevuto il vestiario di lana.

Il comando supremo, però, già in agosto ha diffuso i consigli per scongiurare il congelamento dei piedi: fasce non strette e messe dentro le scarpe, ungersi con sego o grasso i piedi e le gambe, anche il viso e le mani; togliersi spesso le scarpe. Un ultimo consiglio agli ufficiali: “Sorvegliare i malintenzionati che si provocano congelazioni artificialmente”.

[…] Tra ottobre e novembre Cadorna ordina le altre due Battaglie dell’Isonzo. Per la terza, schiera 338 battaglioni con 1363 bocche di fuoco delle quali trecento di grosso calibro che sparano per settanta ore di fila. Tiro di abbruttimento, è detto nel gergo militare: violento e lungo per preparere l’attacco della fanteria.

Un soldato bergamasco alla famiglia: “Con la luce del giorno, un quadro spaventoso si offre alla vista, opera dei nostri cannoni: enormi buche interrompono i passaggi dall’una all’altra trincea ed ecco il perché degli infiniti morti nemici. Osserviamo i cadaveri: molti, con la testa fracassata da schegge di granata, sono ancora seduti al loro posto col fucile in posizione di difesa… casse di cottura abbandonate ancora piene di caffé [sic] caldo”.

Occupare Cima 4 costa alla brigata Piacenza mille morti ma, ben presto, è costretta ad indietreggiare. Quasi duemila morti nelle brigate Bari e Catanzaro. Gli alti comandi abbondano in medaglie d’oro, 14, tutte alla memoria: “Noi resteremo qui, anche se dovessimo morire”, grida l’ufficiale piemontese Pietro Pernotti. Il lombardo Ernesto Guala, 54 anni, promosso da poco colonnello, cade incitando “Sempre avanti”.

L’assalto è l’esperienza più terribile, un contadino ricorda nel suo quaderno di guerra: al quattordicesimo giorno viene l’ordine di avanzare… ma la morte si avvicinava, mi misi a pregare alla Madonna per aiutarmi e il suo invoco [sic] fu esaudito. Si parte con un grido solo Savoia [sic] e si arriva alla trincea e si va alla baionetta a colpo a colpo… Non si sapeva più niente, non si vedeva più niente solo come i matti… quei poveri feriti rimaneva [sic] là senza nessun aiuto e se ne morirono così”.

Da una testimonianza raccolta per il “Mondo dei vinti” da Nuto Revelli: “Noi non capivamo niente, noi cercavamo solo di non morire, non ci interessava ammazzare gli austriaci, ma bisognava ammazzarli perché se vengono avanti ammazzano te”. I concetti sono sempre gli stessi: non si sapeva niente, non si capiva niente; ammazzare per non essere ammazzati. (…)

Scrive il generale Carlo Montuori che è stato nella segreteria di Cadorna ed ora comanda la brigata Forlì: “Contro quelle rocce e quei reticolati, difesi da numerosi nemici e da ben celate mitragliatrici, la fanteria spiega inutilmente il proprio valore”.

Inutilmente cerca di farlo capire ai superiori. Pochi giorni dopo cadrà durante una ricognizione a quota 383, denominata da allora “Poggio Montuori”.» [pagg. 96-101]

Questionario

  1. Colera, tifo (esantematico o addominale), tifo petecchiale, infezioni gastrointestinali, malaria, febbri reumatiche, “terzana”, tracoma, morbillo, difterite, scabbia, meningite cerebrospinale: cerca le informazioni essenziali per ciascuna di queste malattie e completa la seguente tabella.
Malattia Sintomi principali Causa prevalente Pericolosità Da quanto era conosciuta Da quando è curabile Modalità di cura
Colera
Tifo esantematico
Tifo petecchiale
Infezioni gastrointestinali
Malaria
Febbri reumatiche
Terzana
Tracoma
Morbillo
Difterite
Scabbia

 

  1. Fame, sete, congelamento: quali difficoltà logistiche e quali negligenze organizzative dei comandi possono secondo te aver contribuito maggiormente a mettere i soldati in quelle situazioni?
  2. Ti risulta che i materiali forniti ai soldati dall’esercito italiano fossero adeguati? Per quali gruppi sociali credi che quelle forniture siano state fonte di profitto?
  3. I soldati italiani avevano percezione delle difficoltà in cui si dibattevano anche i loro avversari? Quale passo del testo te lo fa capire?

 

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