La guerra di Giuseppe Merlino

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Torno o non torno Giuseppe Merlino fante friulano e la grande guerra da lui non voluta

 A cura di Guido Sut, ed.Biblioteca dell’immagine,1998

Giuseppe Merlino nasce a Tricesimo il 29.7.1881. Sposa Italia Ellero, anche lei di Tricesimo, il 19.2.1906.

All’epoca dell’epistolario hanno sei figli; Giuseppe ha già fatto il servizio militare di leva (era stato congedato il 27.1.1901).

Quando il 24 maggio del 1915 l’Italia entra in guerra, Giuseppe non ci andò. Continuó a lavorare i campi. Era primavera, la stagione delle semine, del “disarare” come dice il fratello Olivo, dei bachi.

Viene richiamato alle armi per mobilitazione nel gennaio 1916;  arriva a Bologna il 7.2.1916. A casa sono rimasti sei figli e la moglie.

Essendo della classe 1881 si trova raramente in trincea, quasi mai in prima linea. Conosce comunque l’orrore della guerra, ma non ne parla quasi mai.

Questo uno dei passi piú significativi in cui fa esplicito riferimento alla guerra

“Cosi dunque, cara moglie, tu dici chi sa se è vero che Gorizia è nostra. Si è vero che è nostra, ma se tu avessi visti i giorni di quei combatimenti, che sul monte Sabbottino e sul monte Santo era tutto un fuoco, che noialtri si vedeva a cascare le granate sui monti bene, che la terra volava per aria. Insomma noialtri abbiamo stato sei giorni sotto una galleria fondata in un monte e si aveva viveri con noialtri e si mangiava pane e scattolette di carne che il fratello Olivo lo sa come sono. Cosí io ti dico che una paura compagna io ancora non ló provata. Saranno stati piú di mille cannoni tutti circuiti atorno dove siamo noialtri e tutti sbarravano ha quei monti che ti ho spiegato. In sei notti non ho dormito un’ora perché tremava anche la terra come un grande terramoto”. (il giorno della Madonna, 1916)

Per Giuseppe Merlino il nemico non esiste: le lettere parlano della salute, del lavoro nei campi e,soprattutto, della agognata licenza. Lui non capisce la guerra, né si sforza di farlo perchè non é la sua guerra, come non lo è per milioni di uomini, che vengono ingoiati dai campi di battaglia dopo frettolosi corsi di addestramento. Generalmente sono analfabeti, contadini ed operai.

La vita di trincea era paradossalmente vita di solitudine, almeno emotivamente. Divenne rilevante un fenomeno di massa completamente nuovo, la scrittura, sia in forma di diario sia attraverso lettere; con il passare del tempo lo scambio di lettere e di cartoline divenne sempre piú intenso, tanto che si passó da una media giornaliera di 1,2 milioni di pezzi nel 1915, a 2 milioni e 600mila pezzi nel 1916 e addirittura a 3 milioni e mezzo nel 1917. Le autorità militari favorivano lo scambio di comunicazioni con la famiglia consapevoli che era un fattore importante per il morale delle truppe.

 

merlino

La pratica della scrittura ebbe un altro risvolto positivo: anche se  il 40% dei soldati era analfabeta, in realtà tutti in qualche modo riuscirono a comunicare, con un codice di comunicazione che per la prima volta fu un italiano popolare. È con questo strano italiano che Giuseppe e Italia comunicano fra loro.

 

fanti

Fanti alla Grande Guerra

Nelle lettere di Giuseppe, come in quelle di tanti fanti, che erano per lo piú contadini o braccianti, dopo brevi accenni alla guerra , vagliati dalla censura, e dopo le notizie personali, si chiedono informazioni o si mandano direttive riguardo alla conduzione dei campi, al lavoro, ai raccolti, ai prezzi, alla cura delle bestie, agli affari di famiglia.

“Cosi dunque cara moglie tu mi hai detto per via di mandarmi i calzetti e i fazoleti da naso adesso nó cara moglie perché io ho grande speranza che il mese di ottobre di venire ha casa in licenza oppure meglio affettivo che saria meglio e cosí in adesso faccio con quello che ho e cosí se un caso queste vendemia non vengo” 

Il Tema della licenza è ricorrente in tutte le lettere di Giuseppe, quasi un’ossessione. Il ritorno a Variano, il suo paese, gli sembra il ritorno ad un porto sicuro, stabile rispetto al conflitto, che non gli appartiene e in cui si sente smarrito. Non comprende nemmeno che il paese che ha lasciato é ormai molto diverso, non sembra far caso a quello che la moglie Italia ed il fratello gli scrivono: il paese é vuoto, ci sono solo vecchi, donne e bambini. Saluta tutti, vuole, almeno attraverso le lettere, essere presente nella vita di casa, mentre non parla mai dei compagni al fronte, con cui non sembra avere alcuna relazione.

Man mano che il tempo passa Giuseppe é sempre piú triste, a tratti disperato.

Il 1917, l’anno dell’Ortigara, quando cioè, nel mese di giugno, le quote vengono piú volte perse e riconquistate ( battaglia dei sette comuni, o battaglia dell’Ortigara: iniziata il 10 giugno si conclude il 29 giugno, un inferno che costó la vita a 2800 uomini. Cadorna come al solito dirà che la causa dell’insuccesso “la si deve ricercare nel diminuito spirito combattivo di una parte delle truppe per effetto della propaganda sovversiva”), mentre gli alpini cantano

” Venti giorni sull’Ortigara / senza cambio per dismontà ./ Ta-pum, ta-pum / con la testa pien de peoci / senza rancio da consumà/ Ta-pum, ta-pum/ quando noi siamo scesi al piano / battaglione non ha piú soldà / Ta-pum, ta-pum / battaglione di tutti morti / a Milano quanti imboscà / Ta-pum, ta-pum / dietro il ponte c’è un cimitero / cimitero di noi soldà. / Ta-pum, ta-pum / quando sei dietro quel muretto / soldatino non puoi più parlà./ Ta-pum, ta-pum / Cimitero di noi soldati /  forse un giorno ti vengo a trovà / Ta-pum, ta-pum

lui scrive, trovandosi a Faedis, e quindi piu vicino a casa:

” Dunque cara Linda,  hai volontà di sapere come la passo. Io, cara moglie tu sai a essere io qua e tu là mi pare che è brutta, non ti pare anche a te? Magari cara moglie siamo tutti e due uguali, loresto per me è piú brutta. Adesso che dovevo stare tranquillo coi nostri cari bambini, invece tu vedi come che devo passarla, loresto mi do coraggio perché almeno mi scrivete che ha casa state anche voialtri tutti bene e anche le nostre piccole cose vanno abbastanza bene .” (3 giugno) “Cosi tu se puoi venire su ha trovarmi adesso lo so cara moglie che avete del lavoro, che potrebbe venire anche il fratello oppure mio padre trovate il cavallo di Asquini e venite perche se si va via di qua chi sa se sara una combinazione cosí” (6 giugno) e “Carissima moglie, ti mando questa tanto ti faccio sapere che io sono in salute e cosí spero che sia di te e di tutta la famiglia. Dunque ti dico che domenica ti attendo unal’tra volta e cosí tu vieni su tu e il papà e non farmi fallo (…) Cosí cara moglie siamo intesi. Credo che non farai fallo al tuo Giuseppe, perché l’altra volta che sei stata mi pare che ci siamo lasciati che io non ho potuto sodisfarmi a dirti niente, che io avevo il convulso addosso. Cosí almeno se torni mi pare che sono ancora io padrone di te (…) io permessi non posso averne” (25 giugno)

Da alcune cartoline  di luglio sappaimo che si sono incontrati. Giuseppe poi si sposta a Manzano, e anche da lí scrive. Le sue parole sono sempre e costantemente un invito alla moglie ad andare a trovarlo. Aggiunge di “portarmi due pezze da piedi che qua non danno nulla a nessuno, solo che lavorare e io ho i piedi tutti rovinate col sudore” (15 agosto). Le visite dei parenti peró non lo rendono felice: prevale la tristezza per il distacco o per la brevità degli incontri. La moglie lo sa e infatti gli scrive “(..) ci siamo lasciati cosi di mal umore che ti dico la verità caro marito che neppure io sono rimasta sodisfatta di quella visita che ti abbiamo fatto, anzi per questo ti spedii una lettera per potermi un pó solevare , perché come ti spiegai sulla lettera, ero molto dispiacente a lasciarti cosí avilito”.

La corrispondenza fra Giuseppe e la moglie si interrompe dopo l’ultima lettera, da Manzano, il 13 ottobre 1917.  Il clima in cui avviene l’ultimo scambio di lettere è fatto di sommosse, di processi ed esecuzioni, di autolesionismo e ammutinamenti: Giuseppe e la moglie peró non lo avvertono, Giuseppe non ne parla, anche se sembra sempre piú rassegnato.

Solo nell’ultimo anno di guerra le cose cambieranno, quando, dopo Caporetto, gli uomini avranno piú licenze, piú assistenza, rischi piú calcolati. Ma Giuseppe non c’era più.

Si assiste oggi ad una riscoperta delle fonti epistolari: esse sono interessanti da tanti punti di vista:

  • sono in grado di far comprendere lontananze e contraddizioni rispetto alla storia ufficiale
  • sono la testimonianza di come veniva percepita la Storia, in questo caso la Guerra, da milioni di uomini che non capivano perché erano stati strappati al lavoro dei campi
  • sono una via per valorizzare la dimensione del privato all’interno di un evento che ha investito il mondo.

Domande

Perché Giuseppe Merlino é richiamato alle armi pur essendo già stato congedato?

Quali sono i temi prevalenti nelle sue lettere? Perché non parla spesso della guerra?

Quali sono, secondo te , i suoi rapporti con gli altri soldati? Perché, secondo te, preferisce parlare dei familiari o degli abitanti di Variano, il suo paese?

Perché l’esercito incoraggiava la scrittura di lettere e cartoline?

Pur non parlando spesso della guerra l’epistolario di Giuseppe Merlino ci dice molto su come contadini, braccianti , etc …, vivessero la guerra. Qual é il valore di questi epistolari?

Lavoro a cura di Roberta Vendrame

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