La prima guerra mondiale nei piccoli ricordi di un friulano adolescente

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Prefazione

Nel 1970 Antonio Forniz decide di redigere, a distanza di cinquant’anni dalle vicende narrate, una sorta di racconto-memoria di quanto è rimasto impresso in modo indelebile nella sua mente di adolescente nei terribili giorni che sono seguiti alla disfatta di Caporetto. “Le ho stilate per aggiungere qualche memoria della prima guerra mondiale su Porcia [località poco distante da Pordenone]… Sono vicende che possono essere considerate comuni a tutte le famiglie del Friuli invaso dal nemico, sono ricordi di un adolescente che non sapeva odiare, che soffriva per le privazioni alle quali doveva sottostare una popolazione inerme e che, inconsciamente magari, aveva sperato nella conclusione vittoriosa”. (da A.Forniz, La prima guerra mondiale nei piccoli ricordi di un friulano adolescente, in Sergio Bigatton-Angelo Tonizzo (a cura di), Nel vortice della grande guerra. Porcia nell’anno dell’invasione, Sa.Ge.Print, Pordenone, 2010)

Seguono alcune riflessioni, estrapolate dalla narrazione che l’autore ha organizzato intorno a temi ed episodi chiave.

LA RITIRATA

“Si aspettava che giungesse la notizia della riapertura delle scuole[…]. Altro che riapertura delle scuole! Nell’ultima decade di ottobre [1917] si notò qualche spostamento inconsueto, macchine militari che andavano e venivano e la mamma riportò dal negozio ove aveva fatto le spesa notizie che a noi ragazzi in principio non fecero grande impressione. Eravamo distanti dal fronte quasi cento chilometri! Ma nei giorni successivi il movimento aumentò in modo impressionante. Voci di ritirata erano sulla bocca di tutti e ne fummo fortemente impressionati. Con ritmo sempre più crescente il traffico stradale si moltiplicava. Reparti su camion, a cavallo, a piedi si succedevano senza soste rumoreggiando caoticamente. […] Intanto soldati sbandati e disarmati giravano di casa in casa chiedendo alloggio. […] Pur nella mia giovane età capii che le cose stavano mettendosi male. […] Partirono tutti i parenti lasciando con noi la moglie di mio zio Romeo, Caterina, e la madre di questa. La famiglia restò composta di sette donne e tre fanciulli dei quali io, non ancora tredicenne, ero il più anziano. Prima della partenza i parenti avevano aiutato la mamma a fare un grosso buco sotto la tettoia adiacente la casa ove i nostri vecchi tenevano i fornelli di una modesta filanda di seta. Nel buco furono messi tutti i vecchi piatti di peltro, i recipienti di rame vecchi ed anche quelli di acquisto recente. Il mucchio fu coperto con la grande caldaia di rame che serviva per fare il bucato. Poi sopra fu messo un alto strato di ghiaia. Tutto rimase sotto sino alla liberazione senza che i nemici si accorgessero perché appena arrivati vi avevano sistemati sopra i loro cavalli. […] Verso sera una nostra autoblinda sfrecciò verso Prata e poi un aeroplano con le croci nere sulle ali passò basso sulla nostra casa, primo segno del nemico.[op. cit. pp.15-21]

L’INVASIONE, I SACCHEGGI

“Nella notte silenziosa il cielo verso Pordenone rosseggiava per i grandi incendi.[…] Alle tredici comparvero le prime truppe germaniche, provenienti da Rorai Piccolo [ PN]. Erano ben inquadrate e portavano le grosse mitragliatrici in spalla. In silenzio le vedemmo sfilare a piedi mentre un soldato a cavallo con una daga dava dei gran fendenti sui fasci di fili telefonici appesi agli alberi dai nostri comandi militari, tagliandoli ogni ventina di metri. […]Continuarono a passare truppe. Tra i reparti si notava qualcuno che, camminando, tagliava pezzi di lardo con il coltello mangiandolo crudo. Qualche altro sbocconcellava un salame. Erano indizi evidenti di saccheggio. […]Eravamo andati a letto di malavoglia pieni di angoscia quando verso le ventitre l’abbaiare furioso di “Flik” e calci alla porta accompagnati da voci irate ci fecero alzare a aprire i fretta. La casa fu invasa da una trentina e forse più di germanici. In poche ore il maiale, non era molto grande, le oche, i nostri germani domestici che volavano alti ogni giorno per raggiungere lo stagno, quasi tutte le galline furono uccise, pelate e cucinate sopra un gran fuoco […]. In quella notte fu divorato tutto. La botticella di vino che avevamo fu prosciugata in un baleno e poi si arrabbiavano perché non ne avevamo dell’altro. Due ufficiali ci fecero aprire tutti i cassetti degli armadi. Capimmo che cercavano gioielli, argenteria.[op. cit. pp.23-25]

LA ROVINA DEL CASTELLO ,  L’ASPORTAZIONE DELLE CAMPANE,    LA VITA PUBBLICA (e privata) IN PAESE

“Il piazzale innanzi al castello era ingombro di carriaggi e truppa. Vidi spaccare a colpi d’ascia una lucente carrozza con lo stemma comitale agli sportelli per alimentare i fuoco acceso all’aperto. Mi avventurai con gli amici Gualtiero Maitan e Achille Bernardis nelle sale del castello. Tutto era sporcizia e rovina. I soldati si erano divertiti a infilare con la sciabola gli occhi ai ritratti appesi alle pareti. I mobili in gran parte erano stati gettati dalle finestre per far fuoco e già si scardinavano le porte per lo stesso motivo. Le tende pendevano strappate. Paglia era sparsa dappertutto. […]Dalle finestre di una dipendenza del castello, a sud, i soldati stavano scaraventando al suolo gli scaffali dell’archivio. Già un enorme numero di libri, buste, vecchie carte erano sparse al suolo formando un gran mucchio dal quale sporgevano le scaffalature fracassate. […] Io ritornai parecchie volte ad arrampicarmi sui due grandi mucchi per osservare le illustrazioni dei volumi. Tutto rimase sotto le pioggia e la neve per qualche mese sino a quando alcuni contadini caricarono ogni cosa su dei carri  portando tutto chissà dove a ridursi in polvere.” [op.cit. pp.26-27]

“Intanto l’invasore rastrellava tutto quello che era possibile asportare. Un bel mattino di fine inverno fu la volta delle campane. Gualtiero venne ad avvertirci che le stavano portando via e la mamma che non voleva crederci venne anche lei a vedere su sagrato della chiesa di S.Giorgio ove era radunato un gruppo silenzioso di persone. Effettivamente era vero. Si sentiva in alto nel campanile battere violentemente con martelli ed altri attrezzi. […] Venne spinta giù per prima la più piccola. Cadde con un tonfo sordo tra il silenzio dei presenti. […] La stessa fine nel contempo subivano le due campane della chiesa della Madonna […]. Anche la campana della torre dell’orologio fu asportata sebbene fosse del millequattrocento. Sembra che i comandi austriaci avessero impartito ordini per la conservazione dei bronzi antichi ma a Porcia non c’era autorità che potesse invocare il rispetto di questa norma. [op.cit. pp.39-40]

“Non esisteva più amministrazione comunale. […] Le ordinanze nemiche venivano affisse ai muri su piccoli manifesti. In chiesa venivano lette senza alcun commento dall’arciprete. […] Le scuole furono chiuse. Solo a febbraio la zia Elena  si offrì di tenere nel capoluogo un corso per le prime tre classi elementari […]. Sin da gennaio vennero a mancare completamente zucchero, olio, caffè, sapone, filo, fiammiferi, ogni genere di cereali, patate e, per qualche famiglia, anche il sale. [op.cit. pp.29-30]

“Ai vestiti di noi fratelli pensava la mamma adattando gli indumenti civili di papà […]. Per calzature avevamo un solo paio di scarpe ciascuno ben ferrate nel tacco e nella suola, che portavamo solo alla domenica. […] Gli ufficiali austriaci con le nostre lenzuola bianche avevano confezionato delle divise estive con le quali si pavoneggiavano prima di riprendere quelle grigie logoratissime per riavviarsi al fronte del Piave.” [op.cit.p.45]

UN AUSTRIACO DISERTORE e LA FUGA NEMICA

“Una sera tardi sentimmo bussare. Aprimmo con timore ed apparve un austriaco molto male in arnese. Ci chiese a gesti un luogo da poter dormire e della biancheria. Lo portammo nel piccolo fabbricato adiacente alla casa e al mamma non seppe negargli qualche indumento. Ci fece capire che in compenso ci avrebbe lasciata la coperta che portava a tracolla. Fu un regalo ben poco gradito perché ci accorgemmo che ospitava migliaia di voraci bestioline. Comprendemmo che era un disertore. La ferrea disciplina che teneva unito quell’esercito cominciava dunque a sgretolarsi.” [op.cit. p.56]

“Pochi giorni dopo, verso sera, un reparto austriaco a piedi con carriaggi formati dalle solite “goriziane” tirate da due cavalli leggeri scese da Porcia e passando innanzi a casa nostra si avviò verso Pordenone. […]Sembrava un semplice trasferimento, ma da quel giorno i reparti si susseguirono sempre più spesso, sempre più pressati e senza musica. “I scampa, i scampa” [scappano] ci disse un giorno la mamma ritornando dal paese. […] Colonne di fanti a piedi marciavano ai bordi come automi a testa bassa. Pur notando un certo ordine sembrava proprio che se ne andassero. […]. Lontano si sentiva il rombo del cannone, sempre lontano sul Piave o poco più vicino.” [op.cit.pp.61-63]

L’ULTIMA NOTTE

Cenammo con polenta e latte; nessuno aveva appetito tanto che cibo ne rimase sulla tavola. Andammo a letto ma il sonno fu di breve durata. Verso le ventidue voci irate, l’abbaiare di “Flik” ed i colpi battuti con il calcio dei fucili alla porta ci fecero scendere in fretta. Appena aperto l’uscio irruppero una decina di soldati. Due mi presero sotto la minaccia di due rivoltelle una per tempia chiedendo se vi erano soldati italiani. Risposi di no pensando che se facevano tale domanda dovevano essere vicini. […] Quando furono certi che eravamo soli, rubacchiarono tutto quello che capitava sotto mano: resti del cibo, biancheria, coperte e via dicendo. […]Se ne andarono e furono seguiti da un altro gruppo con le stese intenzioni del precedente […]. Ad un tratto un alto chiarore illuminò il cielo. Pareva che il centro di Porcia bruciasse tutto. Il palazzo dei marchesi Gherardini e la costruzione di fronte, già dei miei avi, ed allora di proprietà Bernardinis, sedi di un ospedale da campo austriaco erano stati dati alle fiamme dagli occupanti. […] Verso le cinque del mattino tutto tacque. Nessuno transitava per la via, l’artiglieria non faceva sentire i suoi scoppi, anche l’incendio sembrava spento. Eravamo nuovamente tra i due eserciti l’inseguito e l’inseguitore e tentammo di riposare un po’. [op.cit. pp.67-69]

Domande:

  1. Quali comportamenti vennero assunti dalla popolazione nella fase immediatamente successiva alla disfatta di Caporetto?
  2. I saccheggi di generi alimentari da parte dei soldati, che dilagavano in Friuli e in Veneto dopo Caporetto, sono presenti in tutte le testimonianze dei civili. Fai una ricerca sulle modalità di approvvigionamento delle truppe e sui principali problemi che dovettero essere affrontati.
  3. La scarsa disponibilità di beni di consumo anche tra i civili fu una costante del periodo bellico. Come cercò la popolazione di sopperire a tali carenze? (individua alcuni elementi nel testo e continua autonomamente la tua ricerca)
  4. Anche il patrimonio artistico in senso lato subì gravi danni nel periodo bellico. Nel testo si fa riferimento anche all’asportazione delle campane; a che scopo venivano sottratte? Quale effetto psicologico poteva avere secondo te questa scelta sulla popolazione?
  5. Che cosa accadde alle amministrazioni locali durante l’invasione straniera? Fai una ricerca sul modo in cui venivano amministrati i territori occupati.
  6. Durante le ultime fasi del conflitto il fenomeno della diserzione si fece molto frequente. Prova ad analizzare il problema, individuando:
    1. le cause;
    2. il modo in cui le autorità militari affrontarono il problema;
    3. il comportamento della popolazione nei confronti dei disertori.
  7. Analizzando  la testimonianza di Antonio Forniz ti sei fatto un’idea della classe sociale a cui poteva appartenere l’autore?  Da quali elementi del testo lo ricavi?

 

A cura di Cristina Battiston, Liceo “M.Grigoletti” di Pordenone

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