LA SITUAZIONE DEI CIVILI DOPO CAPORETTO

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“C’erano chiacchiere in giro per la città: «I tedeschi hanno rotto la linea». Le autorità, forse per calmare, avevano messo fuori dei manifesti, dicendo di non stare a sentire le chiacchiere, che non era vero niente, e intanto se la filavano come ha fatto il re tanti anni dopo; ci han piantati lì.”  (Marino Rizzi, Udine, in Camillo Pavan, In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 raccontata dai testimoni, Pavan, Treviso 2004, p.74).

Nei giorni della disfatta di Caporetto, il Comando Supremo Italiano non emanò direttive precise che riguardassero il destino dei civili, che all’improvviso si trovarono in prima linea. Il ministro dell’interno Vittorio Emanuele Orlando, nell’intento di non intralciare le operazioni di ripiegamento dell’esercito, stabilì  “il criterio che non dovesse consigliarsi né favorire gli sgombri, se non quando fossero imposti dalla assoluta necessità, limitandoli in ogni caso, al minimo possibile […] (Archivio Centrale dello Stato, Comando Supremo, Segretariato Generale per gli Affari Civili, b.762). Il 10 novembre 1917, Orlando, divenuto nel frattempo primo ministro del nuovo governo di coalizione nazionale, ribadisce: “Data la situazione io non trovo altra maniera più efficace per raggiungere l’effetto che quella di fare passare una parola d’ordine di fiducia, anche se essa non corrisponda al proprio sentimento. Difatti l’impedire l’esodo con la forza è ripugnante; impedirlo  di fatto col non fornire mezzi di comunicazione è un buon sistema…” (ACS, CS,SGAC, b. 762).

Il primo fondamentale dilemma che la popolazione locale dovette quindi affrontare,  non appena giunsero le notizie dei soldati italiani in fuga e dell’avanzata del nemico, riguardò la decisione di scappare o di rimanere nelle proprie case.

«Partire è da patrioti; restare è da vili, disposti ad assoggettarsi al nemico. Questo, ridotto all’osso, è stato il ragionamento (o meglio l’accusa nei confronti di chi rimase) sostenuto dalla classe dirigente delle terre invase, che infatti nella quasi totalità, patriotticamente fuggì. […] Ma resta il fatto che tali considerazioni “politiche” neppure sfiorarono la stragrande maggioranza di chi partì o cercò di partire.[…] La decisione di partire o di restare fu presa in realtà sotto la spinta di altre motivazioni, che vanno anzitutto ricercate nell’eccezionalità del momento e nel fulmineo evolversi degli eventi. Si partì seguendo istintivamente la folla, per la paura della guerra e per quella atavica dei tedeschi; a volte perché allontanati, con le buone o con le cattive, dai militari italiani in ritirata. Si rimase per l’attaccamento alla propria casa e al proprio paese. Si rimase per difendere la roba oppure per seguire i consigli dei vecchi che sotto i tedeschi erano vissuti fino a cinquant’anni prima e che assicuravano che il movimento delle truppe sarebbe stato  “un passaggio”.» (Ibidem, p.34)

LA DECISIONE DI PARTIRE…

«Si aveva il terrore dei tedeschi, quella volta. I mezzi c’erano e allora siamo scappati. Noi la possibilità l’avevamo, stavamo abbastanza bene, eravamo una famiglia non facoltosa, ma discreta, ecco. C’era il terrore, anche perché i tedeschi si sentiva dire che tagliavano, che insomma uccidevano, che tagliavano le mani…e allora si aveva il terrore […] ognuno che poteva scappava.»  (testimonianza di Lido Fattori, Ibibem p.35)

La propaganda dell’Intesa si era servita ampiamente di racconti che facevano riferimento ad atti crudeli compiuto dai tedeschi nei confronti dei bambini e aveva diffuso immagini di questo genere.

 

« “Prendete un po’ di roba, qualcosa. Non starete fuori tanto tempo”, ci hanno detto. Allora noi abbiamo lasciato tutta la roba qua, abbiamo preso solo il necessario e siamo saliti sui carri. Siamo andati a Udine e a Udine ci hanno messo sul treno. Assieme a me c’erano i nonni, mia mamma e mio fratello; mio papà era in America.»  (testimonianza di Maria Crast, Ibidem p.71)

«Siamo scappati così, per questa confusione. Si va via a occhi chiusi; siamo scappati a piedi, io e mia madre e mio fratello che ora è morto. Abbiamo lasciato sulla tavola, per scappare più in fretta, il maiale appena ucciso, mentre stavamo iniziando a preparare i salami. Lo abbiamo lasciato lì sulla tavola, tutto. Non ho portato via niente. […] A Casarsa siamo riusciti a passare di là del ponte e mi ricordo che c’erano militari sul ponte, e ci dicevano, a noi: “Correte, correte, sennò saltate in aria”, perché loro dovevano far saltare il ponte.» (testimonianza di Esterina Chiandini, ibidem, p.73-74)

«Veniva da una strada laterale, e avanzava stentatamente fra le truppe una colonna lunghissima di vecchi, donne fanciulli, il cui andamento curvo e profondamente mesto, annunziava quanto grave fosse la sventura che loro gravava sulle spalle! Erano fuggiaschi delle terre al di qua del Tagliamento, da Cividale, da Pontebba, da Udine…Spingevano, quei miseri, dinanzi a sé, un carro recante le poche robe ammucchiate in furia tra le più care nel momento del distacco, e i bimbi piangevano, e sospiravano i poveri vecchi…» (M.L.Francesconi, Addio, paesel natio! Diario di Maria Luisa Francesconi piccola profuga pordenonese, ed. Comune di Pordenone, 2014, p.27)

E la partenza, al di là dell’impatto emotivo drammatico determinato dalla necessità di abbandonare velocemente le proprie case lasciandovi tutto ciò a cui si era legati, senza sapere se vi si avrebbe mai fatto ritorno, non era che l’inizio spesso di un’epopea verso una destinazione non definita.

«La stazione interna [di Pordenone n.d.r.], le sale d’aspetto, la banchina erano talmente gremite d’infelici fuggiaschi, che la prima nostra mossa a quella vista desolante fu uno sguardo disperato che ci scambiammo a vicenda. Quelle migliaia di persone, accalcantisi con furia incredibile contro i lunghissimi treni fermi sui sette binari e già rigurgitanti, implorando, esigendo a tutti i costi il posto che non c’era, le grida d’orrore e di dolore che s’alzavano tratto tratto da qualche punto dove la folla era più fitta e più furiosa, lo stridula fischiare dei treni che lacerava continuamente l’aria, le grida dei funzionari ferroviari chiedenti invano un po’ d’ordine in quella frenesia della fuga, […] era quanto di più tremendo potesse occhio umano vedere!»  (M.L.Francesconi, ibidem, p.45-46)

…E QUELLA DI RESTARE

«Per tornare a quella notte drammatica [28 ottobre 1917], mio nonno e mia nonna dissero che loro erano nati sotto l’Austria e che allora non si stava male. Loro, a buon conto, non si sarebbero mossi.» (G.Viola, Storie della ritirata nel Friuli della Grande Guerra, Garpari, Udine,1998, p.81)

«Tanti di Codroipo sono andati via, ma noi non siamo andati via, perché avevo mia mamma ammalata, aveva il tifo, e poi mio papà era anziano, allora ha pensato di restare a casa.»  (testimonianza di Celso Piccoli, C.Pavan, ibidem, p.39)

«Non siamo scappati  perché degli ufficiali italiani, passando a queste parti ci avevano rassicurati, che tanto sarebbe stata una cosa “di passaggio”. Allora mio papà ha scavato una “trincea”, un rifugio, e là abbiamo aspettato…» (testimonianza di Francesco Daniel, ibidem, p.39)

«Mia mamma non ha voluto partire. […] E’ tornata indietro da sola sempre lungo la ferrovia, ormai non passavano più treni. E quando è ritornata a casa, ha dovuto lottare per mandare fuori i militari che vi erano entrati perché ha detto, mi ricordo le parole che ci raccontava: “ Voi dovete andar fuori, perché qui deve venire la mia famiglia”, insomma piano piano ha sgomberato i soldati. […] (testimonianza di Chiarcossi Gilda, ibidem, p.40)

«Io me ne vado; se vuole, zia, si unisca a me; andremo a Modena, là c’è Guido soldato…poi i fratelli d’Italia ci aiuteranno! Viene? La zia non rispose; aveva abbassato gli occhi a terra, dopo averli fissati a lungo sul volto del giovane milite che aveva dato la sentenza irreparabile [saltato il ponte sul Tagliamento n.d.r.], che aveva assicurato il, fino allora, impossibile e : “No” – mormorò con voce sepolcrale, esasperata – “Io non vengo; resto con mia sorella e mio nipote che pure rimangono…li ho visti altra volta i tedeschi, li vedrò ancora […]. (M.L.Francesconi, ibidem, p.38-39)

Anche le condizioni di vita di chi restò non furono facili. Forse più ancora dei pericoli direttamente connessi al conflitto in corso ( sparatorie, esplosioni, incendi…),  la principale preoccupazione, che tormentava quotidianamente tutti, occupati e occupanti, era la fame, che spesso è stata all’origine di azioni violente nei confronti della popolazione locale.

«Quando dovevano fare una requisizione, prima circondavano nel massimo silenzio l’abitato. Poi mettevano sentinelle armate nei vari punti del paese per impedire qualunque movimento. Dopo entravano nelle piazze con camion e carrette. Si dividevano i vari settori. Da noi, senza domandare permesso  e salutare, entrarono prima nel cortile e dopo nella stalla. Quando mio nonno li seguì, vide che avevano già slegato due vitellini di due e tre mesi. Il povero nonno domandò quello che intendevano fare. Ci avevano già portato via il cavallo e una decina di bestie. […] Uno di quelli che portava il fucile urlò “Ruic! [silenzio] e mostrò che se non la finiva avrebbero portato via anche le vacche […] » (G.Viola, Ibidem, p.124)

«Ho tutto ancora davanti agli occhi, di quel periodo. I tedeschi si sono presentati e sono entrati; tutto quello che hanno trovato si sono messi a mangiare, e uccidere. Pollame, tutto. […] volevano portare via proprio la vacca che doveva partorire; il nonno si è opposto, visto che eravamo tanti bambini, e ha detto:  “Portatemi via tutte le altre, ma lasciatemi quella lì” e loro gli hanno sparato. [… ] Guardi, eravamo rimasti in tanti bambini e tre donne. Mio padre e i fratelli erano militari, erano in quattro ed erano andati tutti di là del Piave. […].  (testimonianza di Mafalda Molinari, C.Pavan, ibidem, p.58

Fonti:

Camillo Pavan, In fuga dai tedeschi, ed.Pavan, Treviso, 2004
Giacomo Viola, Storie della ritirata nel Friuli della Grande Guerra, ed.Gaspari, Udine, 1998
Maria Luisa Francesconi, Addio, paesel natio! Diario di Maria Luisa Francesconi piccola profuga pordenonese (1917), ed. Comune di Pordenone, 2014
Archivio Centrale dello Stato
A cura di Cristina Battiston, Liceo scientifico “M.Grigoletti” di Pordenone

Domande:

  1. In quale fase della guerra si collocano le vicende descritte? Cosa accadde a Caporetto?
  2. Quali decisioni assunse il Comando Supremo Italiano in merito al destino dei civili dopo Caporetto?
  3. Quali sono le ragioni addotte da Orlando a giustificare le scelte del governo?
  4. Perché viene considerato “patriottico” lasciare le terre occupate dal nemico?
  5. Dalle testimonianze emergono motivazioni diverse da quelle “politiche” a spiegare la decisione di fuggire o di restare. Riassumile, anche utilizzando riferimenti testuali.
  6. Che tipo di ruolo viene attribuito alla propaganda contro il nemico in tempo di guerra?
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