Plotone di esecuzione

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L’uccisione del maggiore Melchiorri in un fotogramma del film “Uomini contro” di Francesco Rosi (M. Pluviano, I. Guerrini, Le fucilazioni sommarie nella prima guerra mondiale, Gaspari Editore, Udine 2004, p. 145)

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La giustizia in guerra – e in particolare in una guerra di massa, con forte caratterizzazione ideologica e con una mobilitazione totale che investe oltre ai membri della popolazione validi per il servizio armato tutta la società civile – è qualcosa di molto relativo. Il concetto della “certezza del diritto”, ambiguo anche in tempo di pace, diventa quasi una beffa in una società dove la regola suprema diventa quella di mantenere e sviluppare la massima capacità aggressiva verso il nemico esterno e, di riflesso, verso tutti i componenti interni sospettati a ragione o a torto di indebolire questa mobilitazione della aggressività. Il giudice non è chiamato a stabilire la verità tra le parti e nemmeno, almeno in una certa misura, ad applicare la legge bensì a dare degli esempi, a servire la “suprema necessità della disciplina”: cioè a riaffermare la volontà della parte che ha deciso la guerra e che intende con ogni mezzo portarla a buon fine. Il concetto del potere come violenza socializzata trova qui la sua più convincente applicazione.                                                                                                                                                   E. Forcella, A. Monticone,  Plotone di esecuzione

Su circa 5 milioni e 200 mila soldati ci furono, tra il 1915 e il 1918, 870 mila denunce all’autorità giudiziaria. Su 350 mila processi, le sentenze di condanna furono 210 mila. I reati, oltre alla renitenza di un grande numero di emigrati, furono i più diversi; diserzioni, mutilazioni volontarie, canzoni  antimilitariste, lettere considerate disfattiste. Le condanne a morte furono 4028, quelle all’ergastolo più di 15 mila. Quali furono le cause di tanti rifiuti? Dalle motivazioni delle sentenze spiccano le ragioni politiche e ideologiche dei socialisti, degli anarchici, dei neutralisti democratici, dei cattolici. Ma la grande massa dei disubbidienti disse di no alla guerra per paura: dalle sentenze escono povere storie di contadini, di manovali, di sottoproletari analfabeti mandati al massacro senza nessuna coscienza e senza nessuna idea di nazione.

Saluti sulla neve

R. D., della provincia di Salerno, anni 33, decoratore, coniugato, censurato, caporalmaggiore nel 129° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare per rifiuto d’obbedienza e conversazione col nemico; C. M., della provincia di Avellino, anni 24, contadino, coniugato, censurato, caporale nel 129° fanteria, condannato a 1 anno e 1 mese di reclusione militare per lo stesso reato; M. E., della provincia di Arezzo, anni 23, celibe, già condannato per rifiuto di obbedienza, soldato nel 129° fanteria, condannato complessivamente a 8 anni di reclusione militare per tradimento indiretto. Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917. (T S, Trib. guerra, b. 120, f. 192/I,, sent. 453).

La notte dal 19 al 20 dicembre un plotone della 6a compagnia del 129° fanteria rilevava da una trincea di monte Zebio un reparto del 130° fanteria. La neve era così abbondante che aveva coperto le feritoie e impediva di far fuoco. Fu proposto di scavare gradinate sulla neve per poter salire sopra le trincee e costruirvi degli appostamenti per i tiratori. Durante i lavori il caporalmaggiore R. D. ebbe vaghezza di salire col caporale C. M. sopra le nostre trincee da dove si vedevano gli austriaci scoperti dalla cintola in su che spalavano neve. Gli austriaci rivolsero parole non comprese perché in tedesco, facendo cenni di saluto. Sopraggiunto il M. E. che fu in Germania a lavorare e là ebbe a fidanzarsi, iniziò una conversazione che portò ad una specie d’intesa reciproca di non molestare i lavori. Di qui uno scambio di cortesie e di saluti specie nell’occasione della festa di Natale, tanto che dalla trincea nemica veniva alzato un gran cartellone con su scritto in tedesco “Buon Natale” e vennero successivamente gettate sigarette che vennero raccolte dal C. M. e ricambiate con pane.

Un disertore austriaco, certo G. L., riferiva in suo interrogatorio che il caporale M. E. aveva raccontato al caporale austriaco S. che aveva la fidanzata in Germania (a Dresda) pregandolo di scrivere per lui una lettera desiderando darle sue notizie. La lettera fu inviata ed il M. E. ebbe risposta e la lettera scritta in tedesco è in atti e porta pure in tedesco l’indicazione del M. E.: Inft. Regm. 129 6 Komp. Pure in atti altra lettera in tedesco scambiata fra la fidanzata e un militare austriaco nella quale con promessa di compenso chiedeva notizie del M. E.

(E.Forcella, A.Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della Prima Guerra mondiale, Laterza 1968, p.128.)

Discussione col padre 

B. A., di Udine, 28 anni, soldato nel 54° fanteria; condannato a 4 mesi di reclusione per lettera denigratoria. Tribunale di guerra del I corpo d’armata. Pieve di Cadore, 27 settembre 1916. (T S, Trib. guerra, b. 44, f. 57, sent. 564). 

Il soldato B.A. inviava in data 27 agosto decorso, dalla zona di operazioni dove trovavasi, al proprio padre in Udine, una lettera, la quale all’atto della spedizione venne dallo stesso comando del reggimento sequestrata e trasmessa all’ufficio censura di Treviso. In detta lettera, dopo avere esposto come egli si sentisse molto deperito ed esaurito per le molte fatiche ed a causa del pessimo nutrimento e sempre eguale, che veniva somministrato, senza alcuna sostanza e bontà, il B. A. scriveva: « A maggior peggioramento del mio male è il carattere e le mie idee ribelli a questa guerra, alle ingiustizie, alle porcherie, alle brutture, alle vergogne che essa ignominosamente va perpetrando a danno di noi popolo pecorone, vile e stupido ». Aggiungeva «che molta gentaglia parassita, fattasi paladina della guerra e di poi rimasta al sicuro nelle retrovie, la quale sfrutta e gode delle vittorie, ottenute a prezzo di innumerevoli sacrifici di sangue di questa disgraziata gioventù che maledice ad ogni istante questa guerra stupida, per lui era non soltanto antipatriottica, ma semplicemente e puramente assassina perché volle questo orrendo macello e cercò di far marciare al sacrificio queste masse incoscienti. Ma questo è uno dei tanti fatti di ingiustizia e di vergogna, senza parlare di tanti e tanti altri che solo chi vive in mezzo a noi può conoscere . . . , chi visse da lungo tempo come me in mezzo a questi soldati in gran parte analfabeti, non esclusi i graduati e sergenti, e che si levi po’ da essi, comprende in quale grave situazione si trova, a quali canagliate, privazioni, umiliazioni è oggetto e di conseguenza logica diventa un ribelle a questa forma di vita se vita si può chiamare. Immaginati poi se è un sovversivo, quanto li deve ripugnare questo cumulo di ingiustizie; che non potendosi ribellare, deve tutto soffocare nel cuore ». E dopo avere insistito nell’esporre quanto era insofferente della vita di guerra, che rovinava lui e milioni di lavoratori, scriveva ancora: « Come si può rassegnarsi a questa orrida vita dal momento che si ha abbracciato una santa idea di giustizia? Come si può approvare questa guerra che più che barbara è stupida, di una stupidità grottesca, colossale, e vogliono farla credere civile, e come una lotta pel diritto, mentre invece è un cumulo di ingordigie e di interessi di pochi a danno del popolo che soffre e che paga col miglior sangue? ». Aggiungendo infine che « dopo tutte queste infamie, si era convinto che non bastava il socialismo legalitario per abbattere questa società malsana, ma occorreva il socialismo anarchico».

L’imputato si è confessato autore di tale lettera adducendo di averla scritta per discutere col proprio padre, che era di idee politiche contrarie a quelle socialiste da lui professate, e di avere inteso parlare in genere ed in astratto di tutte le nazioni e non dell’Italia in particolare, svolgendo col padre stesso una discussione teorica. Si deve peraltro considerare come il contenuto medesimo della lettera in parola sia in assoluto contrasto coi precedenti civili e militari dell’imputato, il quale non solo è incensurato, ma durante il suo lungo servizio sotto le armi prestato in zona di operazioni tenne sempre in effetto, come dalle informazioni versate in atti risulta, una condotta sotto ogni riguardo irreprensibile mostrandosi costantemente obbediente e rispettoso e compiendo con zelo il proprio dovere senza mai cercare in modo alcuno di manifestare ai compagni e di propalare le sue personali convinzioni politiche.

(Ibidem, p.93)

Fucilato per l’intenzione

Q.A., della provincia di Udine, anni 35, agricoltore; coniugato con prole, soldato del 58º fanteria; condannato alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena per diserzione in presenza del nemico. Tribunale militare di guerra del sesto corpo d’armata, 14 maggio 1917. (TS, Atti diversi, b. fucilazioni, A_R, giudizi sommari 1, f. Q. )

L’accusato la sera del 7 maggio 1917 mentre il suo reparto che si trovava a Cerovo apprestavasi a raggiungere le trincee di prima linea, ed essendo a conoscenza di ciò si assentava di nascosto dal reparto medesimo risultando mancante alla adunata e rendendosi irreperibile fino a che il mattino successivo fu visto dal maresciallo del suo reggimento B. M. in Cerovo stesso. Detto maresciallo lo esortò a raggiungere immediatamente il reparto ma il Q. A. rispose recisamente che mai si sarebbe recato in linea. Essendo stati avvertiti i carabinieri, questi raggiunsero il militare a circa duecento metri da Cerovo e lo tradussero al reparto che già trovava in linea. Il Q. A. mentre consumava il rancio alla presenza di molti cari riuniti ebbe ad esclamare come appena fosse in linea avrebbe cercato subito un varco nei reticolati per passare al nemico, aggiungendo la precisa frase “poi vi aggiusto tutti”. Inoltre alla presenza di numerosi compagni esclamò: “vigliacchi ci vogliono fare ammazzare tutti e farci morire di fame”.

Il Q. A. venne perciò denunciato e deferito a questo tribunale di guerra.

I fatti esposti sono rimasti provati per le deposizioni concordi dei testi tutti acquisiti alla causa. L’accusato null’altro ha potuto infatti addurre a sua giustificazione se non la circostanza di non avere voluto andare in linea perché già riconosciuto meno adatto ai servizi di guerra era stato altra volta lasciato come piantone presso il comando, dichiarando quanto alle frasi sopra riferite di averle pronunciate in tono di scherzo senza avere nessuna intenzione né di offendere superiori, né di passare al nemico.

È emerso che il Q. A. non era affetto da nessuna imperfezione fisica per la quale dovesse essere dispensato dai servizi di prima linea e che al tempo del suo allontanamento egli prestava regolare servizio in compagnia. Del pari è emerso come il militare in parola fosse nel pieno godimento delle sue facoltà mentali, allorché si presenta del tutto infondata la richiesta avanzata dalla difesa per sottoporre l’accusato a perizia psichiatrica.

Infine, per le deposizioni dei testi rimase escluso che il Q. A. pronunciasse le parole già indicate in tono scherzoso e rimase invece accertato che egli le ebbe a pronunciare con tanta manifesta serietà di proposito da suscitare l’indignazione dei compagni i quali lo redarguivano acerbamente chiamandolo anche vigliacco.

Per le circostanze specifiche sopra esposte e per i precedenti militari dell’accusato, il quale come risulta dalle informazioni versate in atti si dimostrò costantemente soldato privo di qualsiasi buona volontà nell’adempimento dei propri doveri, cercando sempre pretesti di inesistenti indisposizioni per sottrarsi ai servizi, il collegio ha dovuto convincersi che il Q. A., nell’assentarsi dal reparto ebbe ad agire esclusivamente per un pravo senso di codardia col determinato proposito di sottrarsi in specie ai pericoli imminenti del servizio nelle trincee di prima linea e di abbandonare definitivamente il reparto e il servizio militare in genere e quindi controllo specifico di disertare; pronto anche a passare al nemico non appena avesse potuto cogliere l’occasione. La località di Cerovo in cui si trovava il reparto era certamente alla presenza del nemico, dal quale distava pochi kilometri e dal fuoco di artiglieria dal quale ben poteva essere battuto. D’altronde l’accusato si allontanò nel momento in cui il reparto doveva muovere per il trasferirsi in prima linea. Di conseguenza nel fatto dalla Q. A. perpetrato si esauriscono obiettivamente esso obiettivamente gli estremi integranti il reato di diserzione in presenza del nemico.

Infine nelle frasi pronunciate dall’accusato in presenza di altri militari ben ricorrano gli estremi costitutivi del reato di ingiuria pubblica da che esse suonavano certamente denigrazione e vilipendio ai capi dell’esercito e agli ufficiali in genere.

(Ibidem, p.171)

Offerte per un giornale pacifista

G.E di Torino, anni 21, legatore, celibe, incensurato, soldato nel 2° genio; condannato all’ergastolo per tradimento. Tribunale straordinario di guerra del III corpo d’armata, sezione di Vestone, 17 novembre 1917 (T S, Atti diversi, b. tribunali straordinari 1917, f.207).

Nell’ottobre 1917 e posteriormente facendo fra i militari propaganda per la conclusione della pace, raccogliendo offerte destinate a sovvenire un giornale che notoriamente propugnava la pace a ogni costo, tentava di togliere alle truppe la necessaria forza di resistenza per agire e per difendersi contro il nemico.

G.E. è dichiarato colpevole del reato ascrittogli di tradimento a norma del capo di imputazione, con circostanze attenuanti.

(Ibidem, p.303)

Canzonetta

V.P. della provincia di Bergamo, anni 30, coniugato, censurato, caporale nella 117° compagnia mitragliatrici; condannato a 6 anni di reclusione militare e lire 200 di multa per disfattismo e insubordinazione. Tribunale militare di guerra del XVIII corpo d’armata. Onara, 8 giugno 1918. (T S, Trib. guerra, b. 118, f. 182/II,, sent. 590).

Dal verbale dei RR.CC. nonostante le denegazioni del caporale V.P., è emerso che il 7 aprile 1918 costui, trovandosi in licenza nel paese natale, unitamete ad altri militari, nella pubblica via cantava a squarciagola la canzone :” Il generale Cadorna faceva il carrettiere e per asinello aveva Vittorio Emanuele, ecc. Dagli Ufficiali siamo maltrattati e dal governo malnutriti, ecc. Vigliacchi quei signori che hanno fatto il prestito nazionale ed in fin di guerra saranno massacrati”.

(Ibidem, p.384)

Se si tralasciano i circa 50.000 procedimenti ancora pendenti al 2 settembre 1919, le decisioni individuali pronunziate dai tribunali militari a carico dei militari, civili e prigionieri di guerra per reati compiuti dal 24 magio 1915 al 3 novembre 1918 ammontarono a 352.3889 che ebbero per gli imputati il seguente esito:

Imputati giudicati

 

(Ibidem, p.236-238)

E.Forcella, A.Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della Prima Guerra mondiale, Laterza 1968

Domande sul testo

Quali erano i reati dei soldati al fronte?

Quali ne erano le cause?

In che senso secondo Forcella e Monticone la”certezza del diritto diventa quasi una beffa” quando si parla di giustizia di guerra?

Cos’erano le lettere denigratorie? Come venivano intercettate? Perché portavano a condanne anche molto pesanti?

Nella condanna riportata in “Saluti sulla neve” quali sono i reati commessi dai condannati?

A quale tipo di pena andava incontro chi faceva propaganda pacifista al fronte? E se lo si faceva , anche solo con una “canzonetta” quando si era  in licenza?

A cura di Roberta Vendrame, liceo Grigoletti di Pordenone 

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